domenica 1 novembre 2015

sul fondo della mia solitudine

Il tuo ricordo, sul fondo
della mia solitudine,
ne rivela l’ampiezza
e tuttavia la limita.

Così un canto d’uccello
addolcisce l’immensità del cielo
e una singola vela
rende umano il mare.

Margherita Guidacci
Il vuoto e le forme
Rebellato 1977

sabato 31 ottobre 2015

a disegnare il tempo come una linea stordita, sempre al cadere di una pagina

Si ricordava di lui e, per amore, anche se pensava 
a un serpente, avrebbe detto solo un arabesco; e avrebbe nascosto 
nella gonna il morso caldo, la ferita, l’impronta 
di tutti gli inganni, avrebbe fatto quasi tutto

per amore: avrebbe dato il sonno e il sangue, la casa e la felicità,
e avrebbe custodito silenziosi i fantasmi della paura, che sono
i padroni delle più grandi verità. Già un’altra volta aveva mentito

e per amore si sarebbe seduta alla tavola di lui
e avrebbe negato che lo amava, perché amarlo era un inganno
ancora più grande che mentirgli. E, per amore, si mise

a disegnare il tempo come una linea stordita, sempre
al cadere di una pagina, a prolungare il mancato incontro.
E faceva stelle, anche se pensava alle croci;
arabeschi, anche se ricordava solo serpenti.

Maria do Rosário Pedreira
traduzione di Mirella Abriati

da “La casa e l’odore dei libri”, Librati Edizioni, 2008

***

Lembrava-se dele…

Lembrava-se dele e, por amor, ainda que pensasse
em serpente, diria apenas arabesco; e esconderia
na saia a mordedura quente, a ferida, a marca
de todos os enganos, faria quase tudo

por amor: daria o sono e o sangue, a casa e a alegria,
e guardaria calados os fantasmas do medo, que são
os donos das maiores verdades. Já de outra vez mentira

e por amor haveria de sentar-se à mesa dele
e negar que o amava, porque amá-lo era um engano
ainda maior do que mentir-lhe. E, por amor, punha-se

a desenhar o tempo como uma linha tonta, sempre
a cair da folha, a prolongar o desencontro.
E fazia estrelas, ainda que pensasse em cruzes;
arabescos, ainda que só se lembrasse de serpentes.

Maria do Rosário Pedreira

de “A Casa e o Cheiro dos Livros”, Editor Gótica, Lisboa, 2001

venerdì 30 ottobre 2015

Ricorda le lunghe giornate di giugno e le fragole, le gocce di vino rosé

Prova a cantare il mondo mutilato.
Ricorda le lunghe giornate di giugno
e le fragole, le gocce di vino rosé.
Le ortiche che metodiche ricoprivano
le case abbandonate da chi ne fu cacciato.
Devi cantare il mondo mutilato.
Hai guardato navi e barche eleganti;
attesi da un lungo viaggio,
o soltanto da un nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare verso il nulla,
hai sentito i carnefici cantare allegramente.
Dovresti celebrare il mondo mutilato.
Ricorda quegli attimi, quando eravate insieme
in una stanza bianca e la tenda si mosse.
Torna col pensiero al concerto, quando la musica esplose.
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco
e le foglie volteggiavano sulle cicatrici della terra.
Canta il mondo mutilato
e la piccola penna grigia persa dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.

Adam Zagajewski 
Dalla vita degli oggetti
Poesie 1983-2005
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

giovedì 29 ottobre 2015

Nel mezzo l’acqua tranquilla, l’onda indifferente

Il fiume

Dalle poesie poesie, dai canti 
canti, dai quadri quadri, 
continua sempre l’amichevole 
fecondazione. Sull'altra riva 
del fiume, nel raggio dell’esistenza, 
marciano i soldati. L’armata nera, 
l’armata rossa, l’armata verde, 
arcobaleno di ferro. Nel mezzo l’acqua 
tranquilla, l’onda indifferente. 

Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

mercoledì 28 ottobre 2015

Ore arancioni, o rosa: l'alba e la sera in autunno come specchi accesi

Ore arancioni, o rosa: l'alba e la sera in autunno.
Le piccole foglie gialle cadute dall'acacia formano sulla terra bruna tanti bagliori immobili, muti, come specchi accesi.
Ottobre 1975

Philippe Jaccottet
Appunti per una semina
(Poesie e prose 1954-1994)
La semina (1971 e 1984)
traduzione di Antonella Anedda
Fondazione Piazzolla 1994

martedì 27 ottobre 2015

Scrivere è sentire le parole che navigano nell'aria

Mi sembra di aver capito alcuni ritmi della mia lingua e di affidarmi a quelli. Tutto incerto quello che si scrive, nessun valore intrinseco nelle parole, non si dimostra mai niente, non si stabilisce mai niente, non si arriva mai ad una salda roccia madre dove piantare le nostra bandiera e dire:«Ecco, voi dovete sapere che io scrivo per questo e per quest’altro».
Sì, si può farlo. Ma allora è come fare i professori universitari, si può dire tutto, una cosa vale l’altra, si parla solo perché si è su una cattedra. Noi ci attiriamo e respingiamo con i ritmi, i toni, le curve delle frasi, il cipiglio, il labbro duro o socchiuso, gli occhi spenti o gli occhi che fanno lumetti. Quello che diciamo, la sostanza, il contenuto, è l’antichissima illusione di parlare e di essere davvero diversi dagli altri benedetti animali.
Questa mia risposta è chiaramente un momento di malumore contro il totalitarismo corrente, quello che interpreta tutto in base alla presenza o assenza di «realismo». Ma i nostri ritmi non c’entrano niente con il realismo, loro sono proprio fatti perché le parole navighino nell'aria, siano emissione di fiato, battito, musica.
Tutti i racconti nascono da toni sentiti, annidati nelle parole, e se nascono da un’idea realistica si vede subito, perché sono musicalmente grevi. Ritmi morti sulla pagina e sordità dell’orecchio: non c’è mica da vantarsi, ma lo sanno tutti che uno stonato non ha la minima idea di cosa lo separi dalla musica.
Andarglielo a spiegare? Impossibile, di nuovo si vede che le parole non servono. Può darsi che un giorno s’innamori, o gli caschi il tetto sulla testa, e allora apre un occhio, scruta, ascolta e sente qualcosa: il resto riguarda solo lui, e l’amore che ha per la lingua.

Gianni Celati
Perché scrivete ? Rispondono 109 scrittori italiani
Nord- Est

a cura di Ferdinando Camon
Garzanti 1989


lunedì 26 ottobre 2015

Per riuscire a vedere qualsiasi cosa bisogna conoscere l'intensità dell'amore

È autunno. Le foglie hanno cambiato colore. 
Cadono a centinaia, anche se non c’è vento. 
Penso che per riuscire a vedere qualsiasi cosa – una foglia o un filo d’erba – bisogna conoscere l’intensità dell’amore. 

John Cheever
I racconti
Il quarto allarme
Feltrinelli 2012