venerdì 2 maggio 2014

L'arte è armonia tra ragione ed emozioni

La bellezza non è un'ospite d'eccezione. Abita da sempre nel nostro cervello: parola di Jean-Pierre Changeux, maestro delle neuroscienze cresciuto in quella fabbrica di mitici ricercatori come Jacques Monod e Francois Jacob che è l'Institut Pasteur e autore del saggio cult L'uomo neuronale. Da anni il grande scienziato dedica un'illuminante passione ai rapporti tra la creazione-percezione artistica e i complessi meccanismi cerebrali che impegnano dieci miliardi di cellule, divisi tra il lobo destro (che consente la visione) e quello sinistro (che permette il linguaggio). Sulla neuroestetica ha scritto Ragione e piacere e, recentemente, Il bello, il buono, il vero (per Raffaello Cortina Editore) in cui con sapienza encliclopedica mette a confronto scienza, filosofia, arte, letteratura, religione.
(...)

Professor Changeux, perché siamo attratti da un'opera d'arte, ci piace, ne riconosciamo l'importanza?
Perché l'artista ha sviluppato un processo di empatia on chi osserva la sa creazione. L'empatia è riconoscere gli stati mentali dell'altro: devo capire se l'altra persona è felice o infelice.....
(...)

Braque diceva "Amo la regola che corregge l'emozione". Pierre Boulez ha sostenuto il contrario. Con chi si trova d'accordo?
(Sorride). E' importante che ci siano sia la regola che l'emozione. Ci sono artisti più emotivi e altri più razionali. Per me la giusta definizione di opera d'arte è data dall'armonia tra ragione ed emozioni.

frammenti dell'intervista di Massimo Di Forti a Jean-Pierre Changeux 
Il Messaggero giovedì 1 maggio 2014

giovedì 1 maggio 2014

L'albero è capovolto, la radice è nell'aria

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell'ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l'albero è capovolto, la radice è nell'aria.

Pierluigi Cappello
Mandate a dire all'imperatore
Crocetti 2010

mercoledì 30 aprile 2014

Il libro là fuori non dice di più

LA NOTTE, LA VERANDA

Fissare il nulla e imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento e sentire l’inafferrabile luogo che si fa vicino.
Le piante possono ondeggiare o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono.
Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso sembriamo aspettare
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire –
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o di una foglia sola,
o meno. Non c’è fine a quanto possiamo imparare. Il libro là fuori
non dice di più, e non è stato affatto scritto con in mente noi.

Mark Strand
Il futuro non è più quello di una volta
a cura di Dario Abeni

minimum fax 2006

martedì 29 aprile 2014

Ondeggiare dolcemente, arrendersi al vento

«Sarebbe stato bello guardare le erbacce del giardino ondeggiare dolcemente, arrendendosi al vento; dalla strada sarebbe arrivato un leggero odore di catrame; la casa avrebbe ansimato e cigolato piano sotto il sole ardente, e lei avrebbe girato per le stanze e le avrebbe esaminate in cerca di indizi, di vestigia perdute della vita che si era svolta in quella casa prima che venisse ridotta a vetri rotti, a lunghe ferite nell'intonaco che mostravano il graticcio retrostante; si sarebbe prostrata carponi davanti a Dio; si sarebbe ritrovata nel seminterrato, tra la luce polverosa che entrava dai pozzetti, l’odore di nafta e il pavimento di terra battuta, compattato in quell'angolo laggiù, sotto il vecchio tavolo, in quella rientranza piena di ragnatele che lei ricordava da quando aveva esplorato la casa insieme agli uomini, e Byron aveva picchiato sul vecchio serbatoio mentre August, trascinando in giro la sua mole, faceva un balletto e cantava Sympathy for the Devil; avrebbe provato l’impulso di trascorrere il resto dell’eternità là sotto, in quella fresca oscurità, perché in quel momento, mentre guidava, desiderava solo togliersi dal sole abbagliante e dall'impressione che il territorio selvaggio in cui si trovava fosse così levigato dalla luce che era impossibile guardarlo».

David Means
Il punto
traduzione di Silvia Pareschi
2014 Einaudi

la segnalazione arriva direttamente dal blog della traduttrice 

lunedì 28 aprile 2014

Cuci una federa per ogni ricordo

Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.

Antonella Anedda
Dal balcone del corpo
Mondadori 2012

domenica 27 aprile 2014

Una parola nuova condensa qualcosa di incompreso

Le virtù dei nostalgici. Secondo Starobinski sviluppano la capacità di essere critici. E di creare, con la scrittura, esperienza.

Entrare in un libro di Jean Starobinski è come addentrarsi in una foresta incantata, piena di una varietà molteplice di erbe, cespugli e alberi. Respiri un’aria fresca, guardi in alto e ti accorgi che ogni pianta ha un tronco robusto con ramificazioni fittissime e che da ciascun ramo si dipartono altri rami e rametti secondari, all'infinito, con le loro frondosità cangianti da cui filtrano luci e bagliori. È questo procedere per continui avvii e rinvii e continue aperture, a volte spaesanti, il tratto più tipico della saggistica del novantaquattrenne critico ginevrino, medico, storico della scienza e delle idee. Saggista prima di tutto, dove per saggio si intende una forma di pensiero e di scrittura, libera e mai capricciosa, dalla razionalità multiforme, aperta e dialogante. 
(...)
Il discorso di Starobinski si muove tra scienza e critica letteraria, tra storia dei concetti e analisi del linguaggio che li definisce tecnicamente e li esprime in arte. C’è un passo che chiarisce molto bene il rapporto che c’è, per Starobinski (il quale si è formato, tra l’altro, con il grande maestro di stilistica Leo Spitzer), tra le parole e le cose, oggetti inscindibili della sua ricerca. È un passo che scaturisce da una domanda: se i sentimenti preesistano alle parole che li nominano, oppure se i sentimenti si materializzino nella nostra coscienza solo dal momento in cui hanno ricevuto un nome. Starobinski risponde che si tratta di due proposizioni «vere a titolo complementare»: 
«Una volta nominato, avendo acquisito un’identità, un sentimento non è più veramente lo stesso. Una parola nuova condensa qualcosa di incompreso, che per l’innanzi era rimasto evanescente. Ne fa un concetto. Opera una definizione e invoca un sovrappiù di definizione: diventa materia di saggi e di trattati. Viviamo di passioni le cui parole ci precedono, e che non avremmo provato senza di esse». 

frammenti della recensione apparsa sul Corriere della Sera del 22 aprile 2014 di Paolo Di Stefano al nuovo libro di 

Jean Starobinski 
L'inchiostro della malinconia
traduzione di Mario Marchetti
Einaudi 2014


sabato 26 aprile 2014

Il Mediterraneo e le sue parole


Il discorso sul Mediterraneo ha sofferto della sua stessa verbosità: i profumi e i colori; i venti e le onde; le spiagge sabbiose e le isole fortunate; le ragazze precocemente maturate e le vedove avvolte nel nero; i porti, le barche e i richiami delle coste sconosciute, le navigazioni, i naufragi e i racconti che si tramandano sulle une e sugli altri; l'arancio, il mirto e l'ulivo, le palme, i pini e i cipressi; lo sfarzo e la miseria; la realtà e l'illusione, la vita e il sogno.

Predrag Matvejevic
Mediterraneo. Un nuovo breviario
Garzanti 1991