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Scrivere è passare una parte della propria vita senza testimoni, mostrando poi le prove (false) dei luoghi (immaginari) visitati.
Andrea Canobbio
Mostrarsi
Nottetempo editore 2011
Quando arrivò a Bandol, dopo tre giorni di viaggio, era spossata. Si sentiva come una mosca, caduta nel latte e ripescata, ma con le zampe e le ali ancora troppo bagnate per potersi muovere. Bandol la incantò di nuovo: smagliante di luce, con le splendide palme e le montagne violette nell'ombra e verdi di giada nel sole. Il mare era così trasparente che si poteva vedere, come in una carta geografica distesa sotto le onde, un paese sconosciuto con laghi e baie e foreste. La costa era rosa come la polpa di una pesca. Gli uomini stavano al largo a pescare: o riparavano e incatramavano le barche sotto le sue finestre; e lei sentiva i colpi ripetuti dei piccoli martelli, e qualche zaffata di catrame irrompeva attraverso i rami della mimosa. I vecchi dipingevano le barche, le vecchie filavano la lana o rammendavano le reti, le ragazze facevano ghirlande di fiori gialli. Vide una farfalla, maldestra sulle ali, che barcollando si godeva il sole; e le sembrò di scorgere una sorella. Così, barcollando e maldestra anche lei, tornò nei luoghi che avevano conosciuto il suo amore. Qui c'era il campo dove avevano contemplato gli anemoni: qui il muro dove le lucertole prendevano il sole; qui i mandorli fitti di boccioli bianchi e rosa. Poi ritornò a Villa Pauline. "Quando sono arrivata alla veranda," scrisse a Middleton Murry "e ho guardato di nuovo il mandorlo, il piccolo giardino, la tavola rotonda di pietra, il sedile intagliato nella pietra, gli scalini che scendono nella cantina, e poi ho guardato in su, la nostra casa rosa con le conchiglie dipinte sulle finestre e le persiane di uno strano blu grigio, ho pensato che non ne avevo mai, nei miei più felici ricordi, afferrato tutta la bellezza". Entrò nella casa, e vide la padrona con lo stesso scialletto nero di una volta, magra e grigia come allora. "Vous désirez, Madame?" disse. La Mansfield riuscì appena a dire: "Bonjour, Madame, Vous m'avez oubliée?". "Ah" gridò lei "riconosco la vostra voce, entrate, entrate, Madame..." Le due donne sedettero attorno alla tavola da prazo: madame Allègre al posto di Middleton Murry, lei con la schiena al fuoco, nel suo posto di allora, e discorsero a lungo. La Mansfield sentiva sé stessa rispondere, sorridere e lisciare il manicotto, discuterela mancanza di carne, l'orrido pane e i prezzi proibitivi e "cette guerre": intanto le pareva che da qualche parte, al piano di sopra, Middleton Murry e lei fossero distesi, simili ai due piccoli figli di Clarence nel Riccardo III, soffocati e uccisi sotto i guanciali, e la padrona e lei facessero la guardia come due vecchie rugose. Poteva a stento guardare la stanza. Quando scorse la propria fotografia sulla parete la fotografia che Middleton Murry aveva lasciato, non riuscì più a resistere. Lasciò Villa Pauline, e rimase a lungo appoggiata al muro, al fondo della piccola strada, guardando il mare violetto che batteva forte contro uno strano e scuro raggrumarsi di alghe. Mentre scendeva le scale, cominciò a piovere. Grandi e riluttanti gocce le caddero sulle mani e sul viso. La luce del faro lampeggiava nel buio, mentre un brulichio di soldati di colore prendeva a calci qualcosa nella sabbia tra le palme - forse un cane morto o un gattino legato: certo una parte del suo cuore. Comprese che la felicità di Bandol era perduta per sempre, sepolta nel pozzo di solitudine dove aveva delirato sognando di vergare le pagine dell' "Aloe" con la mano del fratello morto. Tutto, a Bandol, era mutato, come lei era mutata. Tutto era degradato, sciupato, tumefatto. Nel giardino di Villa Pauline non c'era un solo fiore: non una giunchiglia, non una rosa, non un arancio. I bei gerani dell'albergo erano diventati ispidi cespugli in mezzo a bottiglie rotte e a pezzi di tubo di piombo. La tabaccaia era cambiata. La macellaia era cambiata. La pasticceria era chiusa, con grandi manifesti tristi incollati alle finestre. Nessuno nel paese si ricordava di lei. Anche il tempo cambiò all'improvviso: il mare si sollevò e fumò come una mandria di mostri impazziti, le anime perdute passarono in cielo turbinando, il vento ululava, le persiane cigolavano, e il vecchio albergo deserto pareva su un isola - lontana, molto lontana. Brano tratto da Vita breve di Katherine Mansfield di Pietro Citati
Ora che siedi eternamente nella
stanza della mia immaginazione
preso tra il fumo verticale e
il perfetto reclinarsi della rosa,
non ti chiedo ascolto ma una nuova
premonizione. Tu che hai scritto
l’ebbrezza della luce nelle ombre di
un mondo a te solo noto, tu che di
queste ombre hai svelato l’affondo
gridandolo alla luce, tu che sei di
quella soglia l’unico custode, torna
a cantare, riprendi la parola e scrivi
per me che nell’ombra di quella stanza
da tempo immemorabile attendo
ogni giorno la tua parola. Eternamente
salirà il fumo della tua sigaretta, mai
la rosa sfiorirà e la pioggia griderà
al vetro la vertigine felice della caduta.
Rendi eterno e vivo quel mondo che
sempre aspetta la tua voce.
La stanza contiene uno spazio
preciso, quello che puoi misurare
contando i passi se solo tu volessi.
Ma la pioggia ti occupa lo sguardo,
i ricordi qui non sono i benvenuti.
La rosa si oppone alla nostalgia,
lei sola conosce il brivido dell’unica
fioritura e mai ha sentito lo scorrere
dell’acqua scivolare tra petalo e
foglia. Ti implora sfiorandoti la mano
perché tu apra la finestra e la
benedizione della pioggia possa così
scompigliare la perfezione. Niente
di ciò che ha fatto è merito della
volontà, piuttosto il salto del desiderio
alle tue porte. Fa’ ciò che devi e
come la rosa sii bellezza per questo
mondo. A lei tocca solo profumare,
suscitare ammirazione, sbocciare.
Più dura è la tua soglia da schiudere
ma nella parola che scrivi tu sei
perfetto come la più magnifica
delle rose.
Questo tavolo ha radici oscure
e invisibili alla nostra convinzione.
Solo ciò che tocchiamo è piega
del reale. Con la mano aperta sul
piano senti ancora la forza del vento
che sferza quel che era ramo e il legno
ti sussurra: non credere mai che le foglie
siano perdute, quel che ho restituito alla
terra dal cielo ritorna a ogni variazione.
È la pioggia che scroscia a rendere
visibile il vetro, è la luce che passa
attraverso a ricordare com’era avere
il sole piegato al mio desiderio, come
si tingeva il folto della radura attraverso
i rami chinati di fronte a questa bellezza.
Scrivi per lei di questa ombra poiché
la luce già le appartiene.
Dietro la pioggia si nasconde l’aria,
il vetro reclama il suo scontento
nel duello insonne di chi nello
spazio non cerca un posto ma
solo il movimento. Il ramo sorregge
la pioggia e canta al ritmo del vetro
immobile che ti protegge dalla vasta
notte della parola. Sono poche le
cose, pochi gli oggetti sul tuo tavolo
inciso di silenzio: la sigaretta accesa
nata per dare vita al fumo, la penna
deposta perché non vuoi che ti
sia spada, la mia rosa che geme ma
non si piega. È vuota la stanza, le
tue spalle sono il rifugio, sono la notte
oscura.
È solo una finestra, non occhio
sul mondo ma specchio del passato
che non trova l’alveo dove posare
il capo. L’uomo stringe una penna
come se fosse l’ultima sigaretta e
il fumo del reale piano sfila verso
il vertice del legno dove vetro e
aria si parlano, invisibile contro
invisibile. Nell’esile vaso della
compagnia mancata, quell’unica
rosa resiste alla sfida e non apre
i petali alla fiducia della luce, non
piega la foglia alla tua carezza
trattenuta. Scrive l’uomo, offre
le spalle all’ignoto della stanza
e non parla più di quanto non
possa la pioggia mite che sfida
l’aria e il vetro nel campo visibile
del sogno non compiuto. Perché
fuori piove e l’uomo solo fuma,
non può scrivere, non vuole, non
in quella stanza vuota.