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L'inverno, la sera:
allora, talvolta, lo spazio
sembra una stanza foderata in legno
con dei tendaggi azzurri sempre più scuri
su cui si smorzano gli estremi riflessi del fuoco,
poi la neve si accende contro il muro
come una lampada fredda.
O sarà già la luna, che, levandosi,
si lava di ogni polvere
e del vapore delle nostre bocche?
Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
traduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 1997
L'hiver, le soir :
alors, parfois, l'espace
ressemble à une chambre boisée
avec des rideaux bleus de plus en plus sombres
où s'usent les derniers reflets du feu,
puis la neige s'allume contre le mur
telle une lampe froide.
Ou serait-ce déjà la lune qui, en s'élevant,
se lave de toute poussière
et de la buée de nos bouches?
Mutazioni del fuoco: da prima mare, e dal mare una metà terra e una metà fiamma in cielo.
Eraclito
I Frammenti e le Testimonianze
Frammento 39
a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra
Fondazione Lorenzo Valla /Arnoldo Mondadori Editore 1980
Sono nata a Istanbul, una città che appartiene a due continenti, Europa e Asia, il ponte tra Oriente e Occidente. Forse è per questo che la mia anima è divisa in due: due mestieri, due culture, due lingue. Anzi tre. Parlo correntemente, oltre al turco, anche francese e italiano. E oltre a fare l'attrice, sono anche interprete. Due professioni al centro delle quali ci sono le parole. E le parole sono ponti, strutture che uniscono universi differenti; strumenti attraverso cui possiamo comunicare; e, comunicando imparare il rispetto per gli altri. Mai come oggi c'è bisogno di parole. E di ponti. Dobbiamo ricordarcene, soprattutto noi che sulle parole abbiamo costruito la nostra professione.
Il qui e ora di
Serra Ylmaz
attrice icona di Ferzan Ozpetek
incipit dell'articolo raccolto da Laura Zangarini
Io Donna
28 Gennaio 2017
Genova non ha i giorni tutti uguali; sono io che le chiedo di tornare ai nostri giorni tutti uguali. Anche i liguri sono un po' ritrosi come noi; ma il mare ha tutta un'altra apertura di sogno. E la luce è completamente diversa.
Paolo Conte intervistato da Aldo Cazzullo in occasione del suo 80° compleanno
Il Corriere della Sera
sabato 28 Gennaio 2017
A zonzo: un’avventura londinese / 4
È sempre un’avventura entrare in una stanza nuova; la vita e il carattere dei suoi proprietari le hanno infuso la loro atmosfera e appena entriamo ci assale una nuova ondata di emozioni. Non c’è dubbio, nella cartoleria hanno litigato. Hanno sparato rabbia nell’aria. Ora hanno smesso, la vecchia – sono marito e moglie evidentemente – se n’è andata nella stanza sul retro; il vecchio la cui fronte rotonda e gli occhi a palla farebbero la loro figura sul frontespizio di un in folio elisabettiano è rimasto a servirci. «Una matita, una matita» ripeteva «certo, certo.» Parlava con la stessa distrazione ed effusione di chi s’è molto eccitato e poi tutto a un tratto represso. Cominciò ad aprire una scatola dopo l’altra e a richiuderle. Disse che era molto difficile trovare qualcosa, dal momento che avevano così tanti articoli. Si lanciò in una storia riguardo un certo gentiluomo, un avvocato, che s’era trovato nei pasticci a causa della condotta di sua moglie. Lo conosceva da anni; aveva rapporti col Temple da più di mezzo secolo, disse, come se volesse essere sentito dalla moglie nella stanza sul retro. Rovesciò una scatola di elastici. Alla fine, esasperato dalla propria incompetenza, aprì la porta a molla e urlò con violenza «Dov'è che tieni le matite?» come se la moglie le avesse nascoste. La vecchia entrò. Senza guardare nessuno, con una bell'aria di dignitosa severità ficcò la mano nella scatola giusta. Ecco le matite. Come avrebbe fatto senza di lei? Non gli era indispensabile? Per farli rimanere lì uno di fianco all'altra in quella forzosa neutralità bisognava essere particolarmente esigenti nella scelta della matita, questa troppo soffice, questa troppo dura. Loro zitti osservavano. Più stavano lì, più si facevano tranquilli; il calore diminuiva, la rabbia sbolliva. E senza una parola da entrambe le parti, la lite fu ricomposta. Il vecchio che non avrebbe sfigurato sulla copertina di Ben Jonson allungò la mano e ripose la scatola al suo posto, con un inchino profondo ci diede la buonasera, e scomparvero. Lei avrebbe tirato fuori il cucito; lui avrebbe preso il giornale; il canarino li avrebbe entrambi imparzialmente ricoperti di semi. La lite era finita.
Durante quei pochi minuti in cui era stato evocato un fantasma, ricomposta una lite e comprata una matita, le strade s’erano svuotate. La vita s’era ritirata al piano di sopra, s’erano accese le lampade. Il selciato era asciutto, duro; la strada di argento battuto. Ritornando verso casa attraverso la desolazione, ci si poteva ripetere la storia della nana, dei ciechi, della festa nella bella casa di Mayfair, del litigio nella cartoleria. S’era potuto penetrare in ognuna di queste vite un poco, abbastanza da darci l’illusione che non siamo incatenati a un’unica mente, ma brevemente, anche per pochi minuti, si possono avere il corpo e la mente di un altro. Si può diventare una lavandaia, un oste, un cantante di strada. E quale maggiore incanto e meraviglia che abbandonare le linee diritte della personalità e deviare in quei sentieri che portano alla boscaglia e ai tronchi spessi degli alberi fino nel cuore della foresta, dove vivono quelle bestie selvagge, i nostri simili?
È vero: fuggire è il più grande dei piaceri; andare a zonzo d’inverno la più grande avventura. E tuttavia, riavvicinandoci al nostro portone, ci conforta sentire che i familiari possessi e pregiudizi ci riavvolgono e proteggono, richiudendosi intorno all'io che il vento ha trascinato da un angolo all'altro della strada, e come una falena ha sbattuto contro la fiamma di tante inaccessibili lanterne. Ecco di nuovo la porta che conosciamo, ecco la sedia girata proprio come l’abbiamo lasciata, e la coppa di porcellana e il cerchio scuro sul tappeto. Ed ecco – guardiamola ora con tenerezza, tocchiamola con reverenza – la sola spoglia che abbiamo riportato dai tesori della città, una matita.
Street Haunting: A London Adventure
Yale Review, ottobre 1927
A zonzo: un’avventura londinese / 3
Ma ecco, mai troppo presto, ecco le librerie dell’usato. E qui tra le contrastanti correnti dell’essere buttiamo l’àncora. Qui dopo le miserie e gli splendori della strada ci riequilibriamo. La sola vista della moglie del libraio con il piede sul parafuoco, seduta accanto a un bel fuoco di carbone, al riparo dalla porta, ci calma, ci rallegra. Non legge mai, o legge soltanto il giornale; se non parla, come fa volentieri, di libri, parla di cappelli; un cappello, dice, le piace se è pratico, oltre che carino. No, non vivono in negozio, vivono a Brixton, le ci vuole un po’ di verde, a lei. D’estate, in cima a una pila polverosa di libri, piazza un vaso di fiori colti dal suo giardino per rallegrare il negozio. I libri sono dappertutto e sempre ci riempie il medesimo senso di avventura. I libri usati sono libri selvaggi, senza tetto; si radunano in vasti stormi dai piumaggi più variegati; hanno un fascino che manca ai libri addomesticati della biblioteca. Inoltre, in questa folla miscellanea e casuale, può capitare di ritrovarci in mano un assoluto estraneo, che con un po’ di fortuna potrebbe anche diventare il nostro migliore amico. Quando, attratti dalla sua aria trascurata, abbandonata, tiriamo giù da uno scaffale in alto un libro bianco grigiastro, c’è sempre la speranza di incontrarci proprio l’uomo che più di cento anni fa in groppa a un cavallo si avviò a esplorare i mercati della lana nelle Midlands e nel Galles; uno sconosciuto viaggiatore che si fermava alle locande, beveva una birra, notava le belle ragazze e gli usi e i costumi, e metteva tutto per iscritto con ostinazione, con fatica, per puro amore (il libro venne pubblicato a sue spese); era infinitamente noioso, indaffarato, pratico e proprio così senza saperlo travasò nel libro il profumo dei papaveri e del fieno, insieme a un ritratto di se stesso che gli assicura per sempre un posto al calduccio nel focolare della mente. Lo si può comprare per diciotto penny. È prezzato tre scellini e mezzo, ma la moglie del libraio, visto che le copertine sono malandate e il libro è lì da quando l’hanno comprato all’asta della biblioteca di un gentiluomo nel Suffolk, lo lascerà a un prezzo minore.
E guardandoci ancora intorno nella libreria, facciamo altre consimili capricciose amicizie con degli sconosciuti, degli scomparsi, la cui unica traccia è, per esempio, questo libretto di poesie, così ben stampato, con belle incisioni, e un ritratto dell’autore. Il quale era un poeta che morì annegato prematuramente, i cui versi blandi, formali e sentenziosi come sono, emanano però ancora oggi una musica flautata, tenera, come di una pianola meccanica che con rassegnazione, in un vicolo, manovra un vecchio organettista italiano in giacchetta di velluto. Ci sono poi i libri di viaggi, scaffali e scaffali, che tuttora testimoniano, indomabili zitelle quali erano le loro autrici, i sacrifici che sopportarono e i tramonti che ammirarono in Grecia, quando la regina Vittoria era ancora ragazzina; un viaggio in Cornovaglia con visita alle miniere di stagno richiedeva un voluminoso resoconto; risalendo piano piano il Reno si facevano l’un l’altro il ritratto in inchiostro di china, seduti a leggere sul ponte accanto a un rotolo di funi; misuravano le piramidi; per anni erano persi alla civiltà, convertivano i negri paludi pestilenziali. Tutto questo fare le valigie e partire, andare a esplorare i deserti, prendersi la febbre, stabilirsi in India per la vita, penetrare in Cina e poi tornare a vivere tranquilli a Edmonton, cade e sballottola sul pavimento polveroso come un mare inquieto, tanto irrequieti sono appunto gli inglesi, con le onde sempre alla porta. Le acque del viaggio e dell’avventura sembrano infrangersi contro isolette di vero sforzo e operosità lunga una vita che in colonne a zig zag si ergono sul pavimento della libreria. In queste pile di volumi rilegati color pulce, con monogramma in oro sul dorso, preti pensosi ci spiegano i vangeli; con i loro martelli e ceselli si sentono gli studiosi che scalpellano gli antichi testi di Euripide e Eschilo. Commento, esposizione, meditazione, spiegazione procedono a tale prodigiosa velocità tutto intorno a noi e su tutto; come fosse una marea puntuale, sempiterna, si spande l’antico mare del romanzo. Volumi innumerevoli ci dicono quanto Arturo amava Laura, e come furono divisi e quanto erano infelici e come si ritrovarono e vissero felici e contenti; così andavano le cose quando Vittoria regnava su queste isole.
C’è un numero infinito di libri al mondo, e uno dà per forza un rapido sguardo, fa un cenno, e dopo un momento appena di conversazione, un bagliore di comprensione, si ritrova per strada e sente una frase e da una frase a caso fabbrica un’esistenza. Parlano di una donna che si chiama Kate: «Glielo dissi senza mezze parole ieri sera… se pensi che valgo meno di un francobollo da un penny, le dissi…». Ma chi è Kate e a quale crisi nella loro amicizia allude il francobollo, non lo sapremo mai, perché Kate affoga nel calore della loro volubilità; e qui all’angolo della strada, alla vista di due uomini che si consultano sotto il lampione, si apre un’altra pagina del volume della vita. Stanno sillabando le ultimissime notizie da Newmarket. Pensano che la fortuna tramuterà i loro stracci in pellicce e ricche stoffe, gli appenderà addosso catene da orologio e pianterà uno spillo di diamante dove ora c’è un collo logoro di camicia aperta? Ma la corrente principale dei passeggiatori a quest’ora va troppo veloce per darci il tempo di queste domande. In questo breve tragitto dal lavoro a casa, sono avvolti in un sogno narcotico, ora che si sono liberati della scrivania, e sentono l’aria fresca sulle guance. Si mettono quei vestiti colorati che tengono appesi, chiusi a chiave per tutto il resto del giorno, e diventano grandi giocatori di cricket, famose attrici, soldati che hanno salvato il paese nell’ora del bisogno. Sognando, gesticolando, spesso mormorando a voce alta qualche parola, sciamano sullo Strand e sul ponte di Waterloo; da lì dondolando in treni lunghi, traballanti, ancora sognando, saranno trasportati a una villetta linda e pinta di Barnes o Surbiton, dove la vista dell’orologio nell’ingresso e l’odore della cena giù in cucina subito sgonfiano il sogno.
Ma ora siamo sullo Strand e, mentre esitiamo sul marciapiede, una bacchetta lunga non più di un dito comincia a mettersi d’ostacolo alla velocità e abbondanza della vita. «Devo davvero – devo senz’altro» – ecco cos’è. Senza esaminare la richiesta, la mente si arrende al solito tiranno. Si deve, sempre si deve fare una cosa o un’altra; non si è mai liberi di divertirsi. Non è stato per questa ragione che tempo fa abbiamo escogitato quella scusa e ci siamo inventati la necessità di comprare qualcosa? Già! Ma che cosa? Ah, sì, una matita! Su, andiamo a comprare la matita. Ma proprio mentre stiamo per ubbidire al comando, un altro io contesta al tiranno il diritto di insistere. Scoppia il solito conflitto. Al di là della bacchetta del dovere, si distende in tutta la sua ampiezza il Tamigi – largo, triste, quieto. Lo vediamo attraverso gli occhi di qualcuno che si affaccia dall’Embankment una sera d’estate, senza un pensiero al mondo. Lasciamo perdere la matita, andiamo invece in cerca di questa persona (è subito evidente che quella persona siamo noi). Perché se potessimo ritrovarci dov’eravamo sei mesi fa, non saremmo di nuovo com’eravamo allora – calmi, distaccati, contenti? Proviamoci dunque. Ma il fiume è più mosso e più grigio di come ci ricordavamo. La marea porta al mare. Trascina con sé un rimorchiatore e due chiatte, il cui carico di paglia è legato stretto sotto coperte di tela. Vicini a noi ci sono due che si appoggiano alla balaustra, parlando piano, con quella curiosa mancanza di consapevolezza che hanno gli amanti, come se l’importanza di ciò che li lega reclamasse senza dubbio l’indulgenza della razza umana. Le vedute che vediamo e i suoni che sentiamo non hanno affatto la qualità del passato, non partecipiamo per niente alla serenità di chi sei mesi fa stava proprio qui, dove stiamo adesso. Sua è la felicità della morte, nostra l’insicurezza della vita. Lui non ha futuro, il futuro invade proprio in questo preciso attimo la nostra pace. Soltanto quando guardiamo al passato, togliendo al tempo l’elemento dell’incertezza, possiamo godere della pace perfetta. Come stanno le cose, adesso dobbiamo voltare, attraversare di nuovo lo Strand, trovare il negozio dove anche a quest’ora saranno pronti a venderci una matita.
Virginia WoolfVoltando paginaSaggi 1904-1941a cura di Liliana RampelloIl Saggiatore 2011
A zonzo: un’avventura londinese / 2
L’occhio ha questa strana proprietà, si ferma soltanto sulla bellezza, come una farfalla cerca il colore e si gode il caldo. In una sera d’inverno come questa, quando la natura s’è sforzata di ripulirsi e lisciarsi, lui conquista i suoi più bei trofei, saccheggia scaglie di smeraldo e di corallo, come se tutta la terra fosse fatta di pietre preziose. Ciò che non può fare (si parla dell’occhio medio, non professionale) è ricomporre questi trofei, in modo da mettere in luce i loro angoli e rapporti più oscuri. Così, dopo una dieta prolungata di queste semplici, dolci pietanze di bellezza pura, non mescolata, ci rendiamo conto che ne siamo sazi. Ci fermiamo nel negozio di calzature e troviamo qualche scusa, che non ha niente a che fare con la ragione reale, per riporre lo spettacolo luccicante della strada e ritirarci in una camera più in penombra dell’essere, dove chiederci, mentre alziamo ubbidienti il piede sinistro e lo poggiamo sul sostegno: «Che vorrà dire essere nani?».
Entrò scortata da due donne, che essendo di statura normale, accanto a lei parevano dei benevoli giganti. Sorridendo alle commesse, sembrò che subito disconoscessero ogni tragedia nella deformità di lei e l’assicurassero comunque della loro protezione. Lei aveva l’espressione querula e insieme apologetica che c’è di solito sulla faccia dei deformi. Aveva bisogno della loro gentilezza, ma le seccava. Quando però la commessa accorse e le gigantesse, sorridendo indulgenti, ebbero chiesto le scarpe per «la signora» e la ragazza ebbe spinto verso di lei il poggiapiedi, la nana ci piazzò sopra il piede con un impeto che sembrò richiamare tutta la nostra attenzione. Guardate! Guardate! sembrò che reclamasse, tirando fuori il piede, perché sì, era il piede perfettamente, armoniosamente modellato di una donna adulta. Era arcuato, era aristocratico. I suoi modi cambiarono mentre se lo guardava, lì posato sul poggiapiedi. Sembrava pacificata, soddisfatta. I suoi modi acquisirono più sicurezza. Cominciò a chiedere e a misurare scarpe su scarpe. Si alzava e faceva delle piroette davanti allo specchio che rifletteva il piede ora in scarpe gialle, ora rossicce, ora di lucertola. Si alzava l’orlo della gonnellina ed esibiva le gambette. Pensava che dopotutto i piedi sono la parte più importante della persona intera; le donne, diceva a se stessa, da sempre sono state amate per i piedi. Non vedendo che i piedi, forse immaginava che il resto del corpo fosse uguale a quei bellissimi piedi. Era vestita male, ma era pronta a sperperare qualunque somma per quelle scarpe. E siccome era l’unica occasione in cui non aveva paura di essere osservata, ma al contrario richiedeva apertamente l’attenzione, era pronta a usare ogni stratagemma per prolungare la scelta e la prova. Guardate che piedi, guardate che piedi, sembrava dicesse, facendo un passo in una direzione, un passo nell’altra. La commessa benignamente magari le avrà fatto un complimento, perché d’improvviso la faccia le si illuminò estatica. Ma le gigantesse, per quanto ben disposte, avevano anche i loro affari a cui badare; doveva risolversi; doveva decidersi, scegliere. Alla fine fu scelto un paio di scarpe, e mentre con i suoi guardiani e il pacco che le penzolava dal dito si avviava all’uscita l’estasi svanì, ritornò la conoscenza, tornò la solita acrimonia, le solite lagne e appena ebbe raggiunto la strada era ritornata a essere una nana.
Ma aveva cambiato lo stato d’animo; aveva evocato un’atmosfera che nell’inseguirla per strada sembrò sul serio creare i gobbi, gli storti, i deformi. Due uomini barbuti, all’apparenza fratelli, ciechi, che si appoggiavano con la mano alla testa di un bambino in mezzo a loro, marciavano in strada. Venivano col passo implacabile e tremulo del cieco, che sembrava prestare al loro avvicinarsi il terrore e l’inevitabilità del fato che li aveva colpiti. Nel passare, andando sempre dritto davanti a sé, il piccolo convoglio sembrava fendere la folla dei passanti con l’impeto del silenzio, della direzione, del disastro. Sì, la nana aveva iniziato una danza zoppicante, grottesca, alla quale tutti in strada ora parevano adattarsi: la signora robusta fasciata stretta nella pelle di foca traslucida; il ragazzino idiota che succhiava il pomo d’argento del bastone; il vecchio accucciato sullo scalino del portone, come se, d’improvviso travolto dall’assurdità dello spettacolo umano, si fosse seduto lì a guardare – tutti partecipavano agli zompi, ai salti della danza della zoppa.
In quali crepe e fessure, veniva da chiedersi, alloggiava questa storpia brigata di storpi e di ciechi? Forse qui, ai piani più alti di queste vecchie case alte e strette tra Holborn e lo Strand, dove la gente ha strani nomi, e persegue tanti curiosi mestieri – chi cesella l’oro, chi pieghetta le fisarmoniche, chi fodera i bottoni, e altri che con ancora più fantasia si mantengono trafficando in piatti e tazzine, manici d’ombrello e immagini coloratissime di santi martiri. Ecco dove alloggiano, e sembra che la signora in pelle di foca, trascorrendo come fa le giornate con il fisarmonicista e il foderatore di bottoni trovi la vita tollerabile: una vita tanto fantasiosa non può essere davvero tragica. Non ci invidiano, riflettiamo, la nostra prosperità; quando, d’un tratto, voltando l’angolo, ci imbattiamo in un ebreo barbuto, selvatico, affamato, sfolgorante povertà; e passiamo davanti al corpo ingobbito di una povera vecchia abbandonata distesa sullo scalino di un edificio pubblico con sopra un cappotto, una specie di straccio buttato di fretta su un cavallo, o un asino morto. A tali viste i nervi della spina dorsale si drizzano, un improvviso bagliore s’accende negli occhi; viene una domanda che non avrà mai risposta. Abbastanza spesso questi derelitti scelgono un giaciglio a un tiro di schioppo dai teatri, a portata d’orecchio degli organetti, quasi, con l’avanzare della notte, a portata di mano con i mantelli di lustrini e le gambe lucide di chi va a cena fuori e a ballare. Si sdraiano accanto alle vetrine dove il commercio offre a un mondo di vecchie donne buttate sullo scalino di fronte alla porta, di ciechi, di nani storpi, dei sofà che si sostengono ai colli dorati di cigni altezzosi; tavoli intarsiati con cesti di frutta colorata, credenze rivestite di marmo verde per meglio sostenere il peso delle teste di cinghiale, cesti dorati, candelabri; e tappeti tanto ammorbiditi dagli anni che i loro garofani sembra quasi che siano svaniti in un mare verde pallido.
Nel passare, a un’occhiata rapida, tutto sembra casualmente ma miracolosamente costellato di bellezza, come se la marea del commercio che deposita il suo carico con tanta prosaica puntualità sulle sponde di Oxford Street stasera non abbia buttato che tesori. Senza pensare a comprare, l’occhio è giocoso e generoso, crea, adorna, abbellisce. In mezzo alla strada si costruiscono le stanze di un’enorme casa immaginaria e le si arredano a capriccio di sofà, tavoli, tappeti. Quel tappeto andrà bene nell’ingresso. Quella coppa d’alabastro poggerà sul tavolo scolpito accanto alla finestra. Le feste che daremo si specchieranno in quello specchio lì, tondo, spesso. Ma una volta costruita e arredata la casa, non si ha per fortuna l’obbligo di possederla, la si può smantellare in un battibaleno e costruirne e arredarne subito un’altra, con altre sedie e altri specchi. Oppure, abbandoniamoci al lusso dei gioielli antichi, dei vassoi di anelli e di collane appese! Scegliamo quelle perle, per esempio, e immaginiamoci come cambierebbe la vita, se le mettessimo. All’istante sono le due o le tre di notte, i lampioni ardono bianchissimi nelle strade deserte di Mayfair. Solo le macchine sono in giro a quest’ora, e si ha il senso del vuoto, dell’aria, di un’allegria riservata a pochi. Con indosso le perle, vestite di seta, usciamo sul balcone che affaccia sui giardini di Mayfair addormentata. C’è ancora qualche luce accesa nelle camere da letto dei grandi pari appena ritornati da corte, dei servi in livrea calzati di seta, delle vedove che hanno appena dato la mano ai grandi statisti. Un gatto si arrampica sul muro del giardino. Negli angoli più scuri della stanza, dietro le tende, si fa all’amore tra sussurri e corteggiamenti. Camminando in modo composto, come se si trovasse a passeggiare su una terrazza, sotto la quale si stendono le assolate province e contee d’Inghilterra, l’anziano Primo ministro racconta alla Lady Tal dei Tali, con tanto di riccioli e di smeraldi, la vera storia di una grande crisi negli affari politici del paese. Ci sembra di viaggiare sul più alto degli alberi maestri della nave più alta; e insieme sappiamo che niente di tutto ciò conta, l’amore non lo si dimostra così, né si fanno così le grandi conquiste; ci divertiamo a giocare con il momento, ci lisciamo le piume, intanto che dal balcone osserviamo il gatto al chiaro di luna che si arrampica sul muretto del giardino della principessa Mary.
Che c’è di più assurdo? Di fatto sono le sei in punto, è una sera d’inverno, siamo nello Strand e stiamo andando a comprare una matita. Com’è che siamo anche su un balcone, a giugno, con indosso le perle? Che c’è di più assurdo? Ma è una follia della natura, non nostra. Quando si accinse al suo massimo capolavoro, la creazione dell’uomo, avrebbe dovuto pensare a una cosa sola. Invece, volse la testa, guardò altrove e lasciò che in ognuno di noi si insinuassero istinti e desideri che sono profondamente in conflitto con il nostro vero e proprio essere, cosicché siamo striati, variegati, tutti mescolati, i colori hanno stinto gli uni sugli altri. Il vero io è questo qui sul marciapiede, a gennaio, o quello che si affaccia al balcone, a giugno? Sono qui, o lì? O il vero io non è né questo né quello, né qui né lì, ma qualcosa di così differente e divagante che soltanto quando allentiamo le briglie e lasciamo che segua la sua strada senza impedimenti siamo davvero noi stessi? Le circostanze ci impongono l’unità, per convenienza un uomo deve essere intero. Il bravo cittadino quando apre la porta di casa la sera deve essere un banchiere, uno che gioca a golf, un marito, un padre; non un nomade che vaga per il deserto, un mistico che guarda fisso il cielo, un debosciato dei bassifondi di San Francisco, un soldato a capo della rivoluzione, un paria che ulula scetticismo e solitudine. Quando apre la porta di casa, deve passarsi le dita tra i capelli e mettere l’ombrello nel portaombrelli insieme agli altri.
Virginia WoolfVoltando paginaSaggi 1904-1941a cura di Liliana RampelloIl Saggiatore 2011