mercoledì 5 giugno 2013

La frase si ritirava verso il suo segreto


E così, vicino alla fine, in fondo all'ultima pagine, è come se tu, con quelle parole, mettessi la tua firma: "Vi è la cenere". Leggevo, rileggevo; era così semplice ma capivo benissimo che non c'ero per nulla: senza attendere me, la frase si ritirava verso il suo segreto.

Tanto più che quella parola, là, non era là per essere udita. Mentre mi limitavo ad ascoltarla, con gli occhi chiusi, mi piaceva lasciarmi andare a mormorare la cenere, confondendo quel là, appunto, col femminile singolare dell'articolo determinativo. Dovevo decifrare senza perdere l'equilibrio, in bilico tra l'occhio e l'orecchio: non sono sicura di essere riuscita a trovare, là, un punto di arresto.

Per parte mia, avevo dapprima immaginato che cenere fosse là, non qua, ma là, come una storia da dipanare: la cenere, questa vecchia parola grigia, questo tema polveroso dell'umanità, immagine immemoriale che si era disfatta da sola, metafora o metonimia di se stessa. È questo il destino di ogni cenere, cenere separata, consumata, come cenere di cenere. Chi mai oserebbe affrontare ancora il poema della cenere? E quanto alla parola "cenere", mi piace immaginare che essa stessa sia davvero una cenere, nel senso di qualche cosa che fu, là, in fondo, lontanissima nel passato, memoria perduta per tutto ciò che non appartiene più al qui. Di conseguenza, la sua frase avrebbe inteso significare, senza più: la cenere non è più qui. Ma è mai stata qui?

Jacques Derrida
Ciò che resta del fuoco
traduzione di Stefano Agosti
Sansoni Editore 1984

martedì 4 giugno 2013

L'ebbrezza della luce

Di ritorno dal Cairo, Flaubert scrisse a un amico: "Ho acquisito la certezza che le cose previste accadono di rado". 
Nelle città del Mediterraneo è spesso così. Non trovi mai davvero quello che eri venuto a cercare. Forse perché questo mare, i porti che ha generato, le isole che culla, le linee e le forme delle sue rive rendono la verità inseparabile dalla felicità. L'ebbrezza stessa della luce non fa che esaltare lo spirito di contemplazione.
L'ho scoperto a casa mia, A Marsiglia. Vicino alla baia des Singes, ben oltre il porticciolo di Les Goudes, all'estremità orientale della città. Ore e ore a guardar passare nello stretto di Les Croisettes le barche di ritorno dalla pesca. È qui, e in nessun altro posto, che queste mi sembrano, mi sembreranno sempre le più belle. Ore e ore ad attendere quel momento, più magico di qualsiasi altro, in cui un cargo entrerà nella luce del sole al tramonto e vi scomparirà per una frazione di secondo. Il tempo di pensare che tutto è possibile.

Jean-Claude Izzo
Aglio, menta e basilico.
Marsiglia, il noir e il Mediterraneo
(Mediterraneo delle felicità possibili/1)
traduzione di Gaia Panfili
edizioni e/o 2006


lunedì 3 giugno 2013

La vita che ho inventato

Uno scrittore è responsabile della vita che ha inventato, non di quella che ha vissuto.

Lalla Romano 
Diario ultimo
a cura di Antonio Ria
Einaudi 2006

domenica 2 giugno 2013

Un giorno di tregua domenicale, la poesia di una città

Vento largo e caldo. 
Luce morbida e lunga sui tetti.
Rondini in picchiata riempiono d'allegria il cielo.
I ragazzini-gelsomini sono fioriti da martedì scorso e al tramonto si schiudono e diffondono il loro intenso profumo sui passanti. E io passo davanti a quella cancellata chiudendo gli occhi e affondando il viso nella fioritura.
Oggi è la prima domenica di giugno, di questa strana primavera che non è iniziata e sta per finire. Godo di questa giornata di tregua, del cielo smaltato, delle case che risplendono, dei visi degli estranei che passeggiano e so che condividiamo lo stesso piacere.
Sul suo balcone mia madre mi mostra la fioritura dei gerani rossi e rossa, delle ortensie dal colore ancora incerto, delle ginestre dal giallo appena accennato, dei garofanini rossi e altezzosi, dei piccoli cespugli di rose rosa, malva e rosse, del basilico che inizia appena a profumare, della menta già alta e vigorosa.
In giardino gli alberi storpiati dalla potatura dissennata dell'anno passato - mi chiedo che competenze avessero quei massacratori che hanno tagliato rami possenti e vecchi di mezzo secolo - si sono presi la loro rivincita e le foglie nuove si stirano pigre seguendo il vento nella sua danza. 
Nel mio quartiere le due torri novecentesche svettano e mi riportano a un giugno di tre decenni fa, quando uscita dal cinema Zenit, che era dove ora c'è la Feltrinelli in piazza Piemonte, ero rimasta abbagliata dalla loro solennità di pietra che incideva l'azzurro del cielo e teneva sospesa una falce di luna e una stella proprio in cima ai tetti che si specchiavano uno nell'altro. I locali sono pieni di gente che mangia e beve, chiacchiera e ride. Una tregua domenicale per tutti gli abitanti della capitale del nord, per accogliere la settimana che viene e i soliti problemi seri e grevi che sembra non trovino rimedio. Ma questa sera voglio pensare solo al profumo dei gelsomini per averne nostalgia quando la notte sarà scesa e il sipario della luce sarà solo stella o lampione.

E.P.

La gioia di scrivere

Piacere. Gusto, Com'è raro sentire usare queste parole. Com'è raro vedere la gente vivere o, a proposito, creare, sottomettendosi a loro. 
Eppure se mi chiedessero di nominare i principali componenti della natura di uno scrittore, le cose che formano il suo materiale e lo spingono lungo la strada per la quale vuole andare, io potrei solo consigliare di seguire il proprio piacere, il proprio gusto.
Avete il vostro elenco di scrittori preferiti; io ho il mio. 
Dickens, Twain, Wolfe, Peacock, Shaw, Molière, Jonson, Wycherly, Sam Johnson. 
Poeti: Gerard Manley Hopkins, Dylan Thomas, Pope.
Pittori: El Greco, Tintoretto.
Musicisti: Mozart, Haydin, Ravel, Johann Strauss (!).
Pensate a tutti questi nomi e penserete a grandi o piccoli, nondimeno importanti, piaceri, appetiti, desideri. 
Pensate a Shakespeare e a Melville e penserete al tuono, al fulmine, al vento.
Conoscevano tutti la gioia di creare in forme grandi o piccole, su canovacci illimitati o ristretti. Questi sono i figli degli dei. Conobbero la gioia nel proprio lavoro. Non importa se la creazione arrivò con difficoltà, qui e là lungo la strada, o se le malattie e le tragedie toccarono le loro vite più intime. Le cose importanti sono quelle che ci sono arrivate dalle loro mani e menti, e queste scoppiano di vigore animale e vitalità intellettuale. I loro odi e i loro sconforti sono stati trattati con una specie di amore.
Guardate l'allungamento di El Greco e ditemi, se potete, che non provava gioia nel suo lavoro. Potete veramente sostenere che Dio che crea gli animali dell'universo del Tintoretto è un lavoro fondato su altro che non sia il "divertimento", nel senso più ampio e più pienamente sviluppato del termine?
Il Jazz migliore dice "Gonna live forever; don't believe in death". (Vivrai per sempre, non credere alla morte).
E la migliore scultura, come la testa di Nefertiti, dice e ripete "La Bellezza è stata qui, è qui, e sarà qui per sempre". 
Ciascuno degli uomini che ho nominato ha raccolto un pizzico di argento vivo dalla vita, l'ha conservato nel tempo e ha costretto, nella fiamma della propria creatività, a voltarsi verso di esso e dire "Non è forse bello?". Ed era bello.
Cos'ha a che fare tutto ciò con lo scrivere i racconti dei nostri tempi?
Solo questo: se scrivi senza piacere, senza gusto, senza amore, senza divertimento, sei solo un mezzo scrittore.
Significa che sei così occupato a tenere d'occhio il mercato o a prestare orecchio al versante avanguardistico, che non sei te stesso. Non conosci neanche te stesso. 
Prima di tutto uno scrittore dev'essere, è, agitato.
Dev'essere una cosa di febbri e entusiasmi.
Senza questa forza, farebbe bene a uscire a raccogliere pesche o a scavare dei fossi. Dio sa che sarebbe meglio per la sua salute.
Quanto tempo c'è voluto perché voi scriveste una storia dove il vostro vero amore e il vostro vero odio finissero sulla pagina? Quand'è stata l'ultima volta che avete avuto il coraggio di abbandonare un pregiudizio che vi è caro e allora la pagina è stata come illuminata da un fulmine? Quali sono le cose migliori e le peggiori della vostra vita, e quand'è che comincerete a sussurrarle o a gridarle?

Ray Bradbury
La gioia di scrivere in
Lo zen nell'arte della scrittura
Libera il genio creativo che è in te
traduzione di Paolo Nori e Salim Catrina
DeriveApprodi 2000

Il Grande Mah: sullo scrittore come emblema della decadenza del mondo occidentale


Di norma non scrivo di libri o film che non mi siano piaciuti. Di norma. 
Però dopo avere trascorso oltre due ore a chiedermi dove fosse nascosta la Grande Bellezza ho deciso di dedicare qualche riga al nuovo (?) film di Paolo Sorrentino da cui mi aspettavo moltissimo. Mi aspettavo, appunto.

Gep Gambardella, lo splendido (in altri film) Toni Servillo, è uno scrittore napoletano trapiantato a Roma. Famoso per essere stato famoso quaranta anni fa con il romanzo L’apparato umano (spero di non sbagliare il titolo del capolavoro) vive una vita notturna di feste dal sapore anni Ottanta, che dovrebbero essere l’emblema della decadenza romana e italiana, con gente semi-famosa che balla al ritmo di suoni quasi tribali, preoccupata dell’apparire giovane e desiderabile più di qualunque altra cosa. Non memorabile e non emblematico, a questo proposito, il chirurgo che fa le “punturine” in faccia agli un tempo-giovani-e-belli.
Se il lato profano e trasgressivo della sua vita sta nelle scorribande notturne e in frettolosi e noiosi rapporti amorosi – è la povera Isabella Ferrari/Orietta, milanese che di lavoro fa la ricca -  a fare le spese della decisione di Gep di non perdere altro tempo perché ormai ha compiuto 65 anni, il lato sacro dovrebbe essere rappresentato dalle suorine che raccolgono le arance, dai bambini in abito bianco che lo osservano rientrare a casa il mattino – le passeggiate di Gep sono però davvero belle: nessuno cammina come Servillo -  dal cardinale in odore di soglio pontificio ossessionato dalle ricette a cui Gep arriva persino a fare domande spirituali. E non avendo avuto soddisfacenti risposte, torna a cuore leggero a occuparsi del suo nulla quotidiano.

Ma perché Gep è uno scrittore? È vero che in realtà vive del suo lavoro di intervistatore di gente famosa per una improbabile rivista diretta dalla forse unica amica Dadina, disincantata e a suo modo saggia, che lo accudisce con piatti caldi condivisi sulla sua scrivania ed è l’unica che dopo secoli lo chiama Geppino e non se ne va dalla sua vita. L’amico Carlo Verdone/Dante – che ha trascorso in adorazione di Gep qualche decennio e scrive soprattutto per conquistare un’attrice fallita che è diventa scrittrice – se ne torna al paese sconfitto al punto da abbandonare a Roma tutte le sue cose. Sono almeno tre, poi, gli scrittori citati nel film: Céline scomodato per l’esergo, Proust perché l’attrice sta scrivendo un romanzo dal sapore proustiano e il suicida Andrea, vittima di una madre vecchio stile, ne ha paura, e infine Flaubert, che avrebbe voluto scrivere un romanzo sul nulla. Nella sua bella casa, vicino e dietro a un letto che sembra un gommone, una zattera di salvataggio, vediamo in file ordinate e ossessive una bella collezione di libri Einaudi del secolo scorso, dagli inconfondibili dorsi bianchi o bianchi e rossi. Gep è quindi stato un intellettuale organico, a un certo punto durante una conversazione in terrazza dove smaschera le velleità dell’amica scrittrice prolifica e modaiola, viene addirittura citato il Partito.

Le altre figure che dovrebbero essere emblematiche sono la bambina pittrice-performer che scaraventa i colori e se stessa sulla tela piangendo lacrime vere, l’artista che prende a “capate” il muro di un acquedotto, tutta nuda e urlante, Sabrina Ferilli, malinconica spogliarellista con la villetta, Suor Maria detta la Santa – ma l’attrice forse era un attore – che parla con i fenicotteri e dorme sul pavimento e si nutre di 40 grammi di radici al giorno perché le radici sono importanti, le principesse che giocano a carte e il giovane affidabile che ha le chiavi di tutti i portoni, la coppia di nobili Colonna-Reggio che costano 250 euro a persona e si spostano solo in limousine e interpretano un’altra coppia di nobili a una cena sulla terrazza di Gep. E non ultimo il vicino di casa silenzioso e tetro che sembra un finanziere milanese e si rivela poi uno dei dieci ricercati dalla polizia più pericolosi.

Ma tutte queste figura restano prigioniere della loro grottesca caricaturalità che vorrebbe essere felliniana, ma resta solo grottesca e non compiuta. Quando Gep è solo nella sua cameretta passa il tempo a guardare il mare sul soffitto e a ricordare l’amore perduto della sua gioventù che lo aveva lasciato senza spiegazioni sempre 40 anni prima. La sua innamorata Elisa, nel frattempo è morta e il vedovo scopre in un diario chiuso con il lucchetto che lei ha amato tutta la vita Gep e che lui, marito devoto, è stato solo un buon compagno che ha meritato solo due righe di citazione. Quando lo scrittore va a chiedergli di poter leggere il diario lui gli rivela di averlo gettato pochi giorni dopo il funerale e gli presenta la sua nuova compagna/badante con cui trascorre delle serene serate a guardare la televisione.

Il risultato finale è una Grande Sconnessione, dove sì Roma è bella, ma niente che non avessimo già visto e l’incantato turista giapponese che stramazza al suolo, non si capisce se a causa di un infarto o della Sindrome di Stendhal, forse in realtà era appena uscito dal cinema dopo avere visto il film di Sorrentino. Non che non ci siano buone cose, battute divertenti di Gep e dell’amico che esporta giocattoli anche ai Cinesi, la musica che irrompe spesso, bellissima, che però aumenta l’effetto generale di Maionese Impazzita.

Che dire alla fine? Un appello almeno lo voglio fare – anche perché l’altra grande delusione cinematografica recente (vedi post relativo) è stata il film Nella casa di Ozon: registi lasciate in pace gli scrittori!

È già così difficile interpretare la parte dello scrittore in un mondo dove tutti scrivono e si auto-pubblicano che vorrei cercare di mantenere intatta nella mia immaginazione la figura dello scrittore interiore che mi accompagna dalla più tenera gioventù: una persona sola e solitaria - uomo o una donna che sia -  seduta a un piccolo tavolo ingombro di carte scritte mano, di quaderni di appunti squadernati a pancia all’aria, di una risma di fogli intonsi – bianchi o azzurri – che aspettano il loro turno come condannati, di una vecchia macchina da scrivere Olivetti di metallo nero con i tasti avorio, di tazze di tè o caffé semi-vuote, di matite senza la punta e stilografiche essiccate, di dizionari consumati dall’uso, di portacenere pieni di cicche e un filo di fumo che sale verso il soffitto, di una luce che illumina il tavolo ma non la stanza che è in penombra, e dove si intravedono librerie piegate dal peso dei libri, che stanno anche sul pavimento in instabili torri che creano un paesaggio che è tutto il mondo di cui lo scrittore ha bisogno, perché la finestra è alle sue spalle e le imposte sono chiuse se è giorno, ma nella mia immaginazione è quasi sempre notte, come adesso, e le albe arrivano rotolando e ghermendo con dita rosate la notte che è la vera compagna di chi scrive. E per scrivere non serve altro che un mozzicone di matita, qualche foglio bianco, la capacità di stare seduto da solo per ore. E non pensiate che questo sia un sacrificio e la vita stia altrove, lo scrittore sta seduto solo a un piccolo tavolo per ore, riempiendo quaderni e fogli, ticchettando sulla macchina da scrivere o sul meno emblematico portatile, proprio perché non c’è niente di più che gli piaccia al mondo. E a Gep scrivere sembra proprio che gli piaccia poco.

E.P.

sabato 1 giugno 2013

Scrivere, tenere una penna in mano

L'amico Foster pronunciò alla morte dell' amata Virginia l'elogio più semplice e toccante: non c' è scrittore al mondo, disse, che più di Virginia Woolf abbia amato scrivere. Scrivere, tenere una penna in mano, stare appollaiata nello scantinato di Tavistock Square, o nella capanna in fondo al giardino di Rodmell, toccare e ritoccare una frase, ritornare ogni giorno al diario... queste le piccole voluttà della succulenta dieta quotidiana di Virginia, la cui vita è un calendario perfettamente ritmato di ore diverse, ognuna assegnata a una differente scrittura: il romanzo, il diario, la lettera, il saggio, la recensione, la biografia, la parodia - calendario interrotto, dieta condita dalle passeggiate soprattutto pomeridiane per la città di Londra... Perché a una cert'ora, tra il tè e la cena, specie d'inverno, le prende una smania che il cuor volge al desio dell'aperto, e Virginia Woolf abbandona la posa accovacciata dello scrittore e veleggia in strada con l'andamento ondeggiante della flâneuse. In quell'ora crepuscolare in cui l' anima melanconica piega alla nostalgia di chissà quale impossibile ritorno, l'écrivain metamorfosa in flâneur e s'avventura all' aperto - capace, dichiara, per un quaderno, per una matita di attraversare tutta Londra. Sì Virginia Woolf cammina per scrivere, per scrivere si espone all' avventura della città, si immerge nelle sue onde, si abbandona al suo moto, si butta, insomma, nell'"affollata danza della vita moderna".

Nadia Fusini
incipit dell'articolo apparso su Repubblica del 7 agosto 1998