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All’improvviso le giornate si sono allungate, le notti sono un respiro corto d’amante, le albe un frullare di canti e voli d’uccello. É bello dormire poco nelle notti brevi dell’estate, io pure dormo poco e mi attardo volentieri nei cortili.
Ne scelgo uno nel quartiere Magenta, vicino a via Morigi, dove la strada svanisce come un sogno mattutino. Il portone è alto, di legno scuro e massiccio, si entra solo con la chiave perché non esistono citofoni. Il padrone del palazzo ha dimenticato di possederlo, il palazzo ha dimenticato di esistere e il tempo di trascorrere. Lampade fioche illuminano l’ingresso altissimo. La vecchia portinaia sonnecchia nella guardiola. Le cassette della posta sono vecchie e rose dai tarli e dal sale, più vecchie del palazzo stesso, perché il legno è stato recuperato da una nave affondata al largo di Genova e finito fin quassù con un vecchio marinaio che ha smesso di navigare. Lui pure vive in questa casa e ha quasi cent’anni, la sua memoria è la memoria del cortile. Ora che è così vecchio non esce più perché le scale sono una fatica insostenibile. Però non si sente prigioniero, ha una terrazza proprio all’ultimo piano e ogni primavera le rondini tornano a fare il nido sotto il suo tetto. La vista che si gode da lassù è incomparabile, ma questo non lo sa nessuno, perché un muro di piante cela la terrazza allo sguardo degli altri inquilini. Da lì, lui guarda a piacimento quel che succede in tutte le altre case. Le sue osservazioni sono facilitate dalla mancanza di persiane in molte finestre. Ciò è dovuto al fatto che un tempo la casa era il magazzino di una fabbrica di filati.
Le due terrazze gemelle del secondo piano sono in perenne gara, ogni estate, per quale delle due sarà la più fiorita. I proprietari hanno gusti diversi in fatto di fiori e questo rende ancora più bella la vista che il vecchio marinaio gode dalla sua postazione. Nell’appartamento più grande vive un architetto dagli occhi di fuoco verde e azzurro che ha smesso di invecchiare. Nel cuore degli anni sessanta, quando si è trasferito a vivere in quella casa, non era solo. Il numero
degli inquilini variava fra i tre e i quindici, a seconda dei periodi. Ora è rimasto l’unico abitante di quella grande casa sovraccarica di ricordi. Lui sembra non badarci e continua imperterrito a disegnare case che non costruirà mai e tavoli sui quali nessun banchetto verrà imbandito. A volte l’architetto e il marinaio si parlano, uno affacciato alla finestra e l’altro alla terrazza, ma solo d’estate, perché il marinaio non sopporta il freddo umido dell’inverno. Nell’appartamento di fronte abita un pittore con la sua terza moglie e un numero
incredibile di tele accatastate. Dipinge da trent’anni ma ama a tal punto le sue creazioni, da non essere mai riuscito a staccarsene e così non ne ha venduta neppure una. L’inverno scorso non aveva neppure i soldi per pagare le bollette e così, per scaldarsi, ha bruciato prima i mobili e poi le cornici dei quadri, utilizzando le stufe e i caminetti che prima non usava mai perché ha paura del fuoco. I soldi per la sopravvivenza gli arrivavano da collaborazioni con agenzie di pubblicità, ma in questo momento c’è molta crisi anche in questo settore, così stenta pure lui a tirare la fine del mese. Ma non per questo si metterà a vendere i suoi quadri, questo mai, meglio la fame. All’ultimo piano di fronte al marinaio, vive una donna bellissima che canta e insegna musica. Non è raro, verso il tramonto, tornare a casa e sentire la sua voce cristallina che si alza verso il cielo. Anche le rondini tacciono al suono della sua voce. Il vecchio pensa che quello doveva essere il canto delle sirene che lui ha sempre sperato di incontrare e non ha veduto mai quando, da giovane, navigava. Nell’ultimo appartamento, sullo stesso piano, vive un fotografo che è nato sotto altri cieli. Arriva da una terra lontana, separata dal resto del mondo da montagne altissime e da un oceano infinito. Porta nella sua voce un poco di quella
solitudine estrema e con il suo sguardo abituato a terre sconfinate vaga per la città, cercando di svelare i misteri che si dice certo esistono. Ha già catturato visi di donne tormentate e giovani inconsapevoli, di vecchi dimenticati dal tempo, di bambini dallo sguardo pieno di futuro. Da tempo cerca di ritrarre anche la cantante, ma lei si nega, più per gioco che per reale avversione.
Al primo piano ha lo studio e l’abitazione anche un analista junghiano dai capelli ormai bianchi da lunghissimo tempo. Se le sue mura potessero parlare quante storie, quante leggende, quanti miti ricreati in questa città di misteri evidenti. Anche lui è stato sposato più di una volta, ma da quando è morta la sua ultima compagna, ha deciso che non è più tempo per lui di dedicarsi all’amore. Quando non riceve i clienti, passa il tempo a studiare e a scrivere il suo nuovo saggio. Peccato che l’esperienza degli uni non serva mai agli altri, ognuno deve scendere da solo nel suo inferno personale e ritrovare poi la via di uscita. E smarrire il senno vagando tra i sogni altrui, oltre che nei propri, è rischio che sa di avere corso tutta la vita. Ora che è vecchio
non ne ha più paura, sa di sedere al centro di se stesso e in se stesso di avere trovato il proprio riposo e la propria ragione di essere al mondo. È grato a tutti quanti ha incontrato durante la sua lunga carriera. Ha imparato ad amare quelle donne e quegli uomini che gli hanno fatto dono della propria umana fragilità. Si sente retorico a volte, però è come se tutte le costellazioni
ruotassero nel suo cuore e tutti i cieli fossero visibili attraverso i suoi occhi. Questo è il suo concetto di felicità terrena. Accanto a lui abita, in una casa di libri e specchi, la rossa Caterina. Conosce tutti e tutti la conoscono, si ferma a fare chiacchiere per le scale e presta i libri a chi glieli chiede. Il resto del piano è occupato da una sartoria teatrale gestita da due sorelle anch’esse anziane. Loro vivono e lavorano tra quelle mura quasi da quanto il vecchio marinaio. Non danno molta confidenza agli altri inquilini, ma sono simpatiche e cucinano torte indimenticabili. Caterina si presta volentieri a indossare i costumi e a giocare alla bella dama dei tempi andati. Non è facile entrare in questo cortile perché è uno dei luoghi dove ogni cosa palpita, respira ed è viva. Altre storie si aggiungono a quelle degli abitanti del cortile, portate dallo sciamare degli amici della cantante e del fotografo che vanno e vengono per le scale, dai pazienti dell’analista, dagli attori che vanno a provare i costumi. Il modo migliore per
coglierle è predisporsi all’ascolto così come fa il vecchio gabbiere dalla sua terrazza invisibile nelle sere d’estate. Bisogna dormire nel pomeriggio, per accumulare molta energia. Poi ripescare dal frigorifero una bottiglia di vino bianco vivace, indossare abiti leggeri e telefonare all’uomo dagli occhi di fuoco dicendogli: “sto arrivando”. In terrazza ci saranno sedie a sdraio e lettini, una tavola già pronta per la cena e qualche altro naufrago estivo che non ha lasciato la città. A volte è possibile trovare, tra gli ospiti della terrazza, anche una poeta che dice i suoi versi con gli occhi chiusi: “Indovinare l’estate in un cortile del mondo, amore e solitudine, e vento”*. Qui nascono poeti e invecchiano, scrivono di me in continuazione, io li osservo e gliene chiedo conto. Su questa terrazza mi fermo stasera, la meraviglia sarà completa se il padrone di casa avrà molta voglia di raccontare. Si accenderanno le candele e la notte sarà chiara fino a molto tardi. L’uomo parlerà a lungo e tutti si lasceranno trascinare dalle sue parole. È estate, anche io, città malandata, lo so. Da una delle terrazze un uomo si affaccia ad ascoltare la nuova storia. Ma per poco percé le ultime nuvole screziate di viola attirano il suo sguardo e irrimediabilmente lo trascinano via. Si chiama Roberto, è l’unico che ancora non conosce
Caterina.
* Anna Lamberti Bocconi
Ecco, abbiamo quasi finito. Non c’è strada di Milano che non porti le impronte dei nostri piedi, non c’è casa dove non abbiamo posato il nostro sguardo, non c’è portone che non abbiamo tentato di varcare. Abbiamo toccato ogni albero e ritratto le mani sporche di nero.
Abbiamo incontrato impiegati all’uscita delle banche, operai davanti alle fabbriche, studenti che hanno bigiato in Piazza Duomo la mattina presto. Abbiamo incontrato vecchi vagabondi che frugano nei cestini della spazzatura, zingari con le mani tese, polacchi ai semafori, marocchini che vendono sigarette, senegalesi che vendono di tutto, coreani che vendono foulard di seta,
brasiliani che vendono se stessi. Vecchi soli che si trascinano tra i prati spelacchiati e i pochi giardini, madri stanche dallo sguardo distratto, bambini capricciosi e pallidi come il cielo, uomini frustrati da lavori noiosi, avventurieri politici che amano il colore verde e inventano
miti seduti all’osteria e altri politicanti padroni dell’etere. Non solo, abbiamo anche incontrato i fantasmi di coloro che in questa città hanno abitato o semplicemente almeno per un giorno ci sono passati. Era un ventinove maggio quando un ragazzo dal nome straniero baciava una ragazza con i capelli neri in ogni sala della galleria Il Diaframma. Poi con lei per mano
se ne andava per il quartiere di Brera cercando una città di artisti perduti nel tempo, ancora più fantasmi dei fantasmi veri. Ma di ognuno in questa città è rimasto un poco, fosse solo il ricordo di un sorriso riflesso nel metrò di mattina o l’eco di una voce che grida il tuo nome proprio
fuori da scuola. Alla fine, però, quel che resta di me è un mosaico venuto male. I pezzi non combaciano mai, anzi ne manca sempre qualcuno e non ci saranno disegni comprensibili, ma solo frammenti di quel che avrebbe potuto essere e invece non sarà mai.
Una cosa più di tutte in questa città hanno perduto: non tanto la capacità, quanto la necessità di immaginare. La capacità rende le cose possibile, la necessità le rende probabili.
Ora senza il senso della necessità nessuno di questi abitanti che ora conosciamo un po’ meglio, avrà mai davvero la voglia di cambiare. Si deve averne bisogno, non essersi rassegnati alla immobilità delle cose. Perché qui da me le cose non vengono progettate, semplicemente
accadono. Quel che io e i miei abitanti abbiamo di più vero è di essere inconsci. Ci svegliamo
ogni mattina, agiamo, ci agitiamo, costruiamo cose amate più dagli altri abitanti del mondo che da noi stessi, abiti e oggetti per lo più. I miei poeti se ne stanno chiusi nelle soffitte a scrivere
poesie che mi ritraggono sempre nella mia grigia immobilità, condannata in un quadro di Sironi in eterno, i pittori cercano rifugio verso i laghi come folaghe in autunno, gli scrittori scrivono di storie accadute in altre città, sotto altri cieli. Da una strada all’altra, da un cortile all’altro entrando a ogni passo nel sogno di qualcun altro. Camminare in un sogno, questo è possibile nelle sere di maggio. La città intera è avvolta in una nuvola di polline, la fioritura annuale dei pioppi, portata dal vento di periferia. Passare dai chiostri della Statale e ascoltare il suono
di un sax solitario alzarsi verso il cielo. Ma perché sta suonando neanche quell’uomo lo sa. Avventurarsi di notte per il Parco Sempione, cercando avventure e trovare solo disperati così inebetiti da essere ognuno l’incubo di se stesso. Dalle parti dei Bastioni fermarsi a guardare i visi lisci e imbronciati dei ragazzini che si prostituiscono. Vicino al Monumentale osservare i
corpi statuari delle brasiliane alte due metri. Scivolare lungo la circonvallazione e sbirciare nelle finestre dove le luci sono tutte accese. Perdersi in Brera tra lettori di tarocchi e vaticini a buon mercato. Stordirsi in discoteche dove la musica inghiotte ogni cosa viva, guardare i ragazzi che amoreggiano e ricordarsi com’era. Passeggiare lungo i Navigli ascoltando jazz & blues,
scintillare sull’acqua con le luci artificiali dei lampioni, sedersi a un tavolo e fingendo di sfogliare il giornale, origliare le conversazioni dei vicini. Ristrutturare case vecchie e scoprire nei muri nicchie e archi di mattoni, dare feste per centinaia di persone e non sapere più a chi lo si è detto e chi si è dimenticato. Essere una brava madre, portare i bambini a scuola, preparare la cena per tutta la famiglia. Essere di nuovo single a oltre trent’anni e non sapere come affrontare la cosa. Ora gli uomini ti danno il loro numero di telefono anziché chiederti il tuo.
Cercando un linguaggio comune le mie creature hanno smarrito la ricchezza di ogni singola parola. Per esprimere la sfumatura di ogni sentimento, per raccontare le vite sempre uguali che lasciano trascorrere come se la cosa non li riguardasse. Essi sono vissuti dalla vita più che vivere, non per scelta ma per incapacità di fare scelte. Eppure non c’è nessuno di coloro i quali abbiamo incontrato che non si sia scelto nella solitudine e poi perduto. Sarebbe bello di ogni storia poter narrare non solo quel che è accaduto ma anche quel che sarebbe accaduto se.
Modificare gli ingredienti, togliere gli anni, cambiare i nomi. Se Carlo, Nino, Roberto e Sofia non fossero Carlo, Nino, Roberto e Sofia e Caterina solo un nome da loro inventato? In questo flusso di storie interrotte, altre storie a decine avremmo da narrare. Iniziando magari dalle storie della metropolitana. Perché là sotto la mancanza di luce cambia molto la dimensione dello spazio e quella del tempo. Un bar, un’edicola, un noleggio di videocassette, un negozio di bigiotteria. Ma queste sono storie che, al momento, necessitano di altri narratori. Così Isa e la sua bambina continueranno a giocare tra i peluche, Giuliano a noleggiare videocassette di film che avrebbe voluto interpretare, nonna Lucia a infilare collane e leggere Novella 2000. Io sono un immenso labirinto a forma di spirale dove si finisce sempre per calpestare di nuovo i propri passi. Finire così una sera di maggio, seduti su un muretto a raccontare altre storie, perché sono le storie a farli umani e sono le storie a far vibrare l’intero universo di un’unica vibrazione. Ecco che cosa gli invidio, potersi mettere lì e iniziare a raccontare. Che importa stasera, se vivo e respiro non sapendo di essere solo il sogno di qualcuno che sta dormendo sotto altri cieli. Qualcuno che, proprio grazie al fatto di essersene andato, riesce a immaginare una città che esiste solo nella sua fantasia. Dunque io non esisto più, Milano non esiste più, questa è la conclusione. Chiamano Milano città che si intersecano e si sovrappongono. Chiamano milanesi persone che vorrebbero sempre essere altrove o magari solo essere. Sparite le nebbie di un tempo, cancellato il fiume artificiale, rimodernati i vecchi palazzi, chiuse le fabbriche delle periferie, offerta al mondo solo la bellezza sfacciata dei giovani che lavorano per la moda e politicanti malinconici di non abitare in una metropoli americana, così da poter giustificare ogni nefandezza e la necessità di vivere in uno stato di polizia, dove l’oblio generato dalla televisione, estende i suoi tentacoli ben oltre i confini esigui della città. Se Milano non esiste, quel che chiamano Milano, allora, è solo un luogo mentale.
E loro che ci abitano, se io non esisto? Loro, allora chi sono?
Mese d’acqua, terra di nessuno nel mezzo della primavera. Gli austeri palazzi grigi si rilassano un poco, come se la pioggia tiepida sciogliesse le loro giunture tese dai difficili mesi invernali. Ora le foglie nuove sugli alberi sono più salde, i cuccioli stanno per nascere, le giornate si stendono pigre tra un’alba e un tramonto dai colori soffusi. Sembra quasi che una grande
pace sia scesa sulle cose e sugli uomini. Questi fanno capolino fuori dalle tane, qualcuno si guarda intorno con un po’ di sconcerto, ma è vero, l’inverno è finito.
Pure sono in pochi a crederci sul serio. Questo è il mese dell’incertezza, arriverà l’estate, riusciranno a lasciarmi i miei abitanti almeno nei fine settimana. Le risposte vagano nell’aria, portate da brezze capricciose. Sì è vero, ogni futuro è incerto, ma perché darsi pena per il domani? Ogni giorno porta con sé il peso della propria inquietudine, inutile affannarsi per quella del domani. Dunque è nell'incertezza che bisogna imparare a muoversi in questa città, tra le mie mura, quasi alla fine di questo secolo breve ma pesante come piombo.
Incertezza di ogni cosa, del lavoro, mutato nelle forme e diventato quasi più una regalia che un diritto. Incertezza di ogni scelta, non c’è nessun tipo di strada che porterà a un lavoro sicuro. Incertezza delle cose chiuse su se stesse e avare dei propri tesori. Ma la certezza è stata un dono beffardo di questo secolo davvero breve, lo spazio di due generazioni e tutto è di nuovo cambiato. Nessun timore per chi nell’incertezza è nato, paura per chi aveva la solida certa tristezza delle otto ore in fabbrica o in ufficio e una casa in periferia. Ora l’unica certezza è questo costante mutamento e un senso di impotenza difficile da controllare. In molti non si arrendono, nonostante la fatica, ancora in molti non volgono lo sguardo di fronte al portatore di lontananze che viene con la sua pelle scura e mercanzie, feticcio dell’inutilità di questa società alla fine del tempo. Aprile sembra tinteggiare con colori, acquatici e ariosi a un tempo, questi tristi abitanti che stiamo imparando a conoscere. Ecco, ora possono tirare il respiro fino in fondo e gioire dell’aria di nuovo luminosa, del sollievo che porta con sé il sole tiepido, della sensazione di tregua. Sì, l’inverno è proprio finito, camminano di nuovo aggiustando il loro passo a quello della primavera, camminano come gemelli, con la loro ombra che gli scivola accanto e gioca sui muri di pietra, muri comunque più teneri di quelli invisibili che tengono in scacco me e tutti i miei abitanti. Ma nella furia dell’andare attraversando i Navigli con passo di speranza, vedendo l’acqua sparire sotto l’asfalto compatto, ecco un’evidenza talmente grande che non l’abbiamo veduta mai. Guardatemi, io non ho un fiume, ecco perché le case soffrono, ecco perché gli abitanti si trascinano anziché camminare. Un fiume intorno al quale io fossi cresciuta nei secoli, un fiume sul quale far scivolare i pensieri tristi e quelli cattivi, un fiume che portasse con sé echi di montagne poco distanti e desideri di acque aperte da raggiungere solo facendosi trasportare. Una città nel mezzo della pianura e due mari tra cui scegliere.
Quello della parte orientale avvezzo ai mercanti dalla pelle più scura, ai turchi, ai barbari delle steppe. L’altro, quello d’occidente, aperto sulle bocche di cantori di tempi passati e naviganti genovesi, lingue salate e parole d’azzurro portate dal vento. Ma nell’incertezza, lo confesso, ho scelto la rinuncia, nessun fiume, nessun mare. È vero, si sono pentiti subito i loro antenati. Così hanno scavato per portare in città l’acqua di un fiume minore che scende verso il mare
d’oriente. Un fiume inventato è sempre meglio di nessun fiume. Pietra su pietra hanno costruito il Duomo, troppo orgogliosi per portare pazienza e riconoscenza ai maestri venuti da fuori. L’unica sapienza dei milanesi sembra essere quella delle mani: la città del fare. Dunque terra di artigiani, quando il fiume inventato è sembrato superfluo, niente di meglio che chiuderlo, coprirlo, soffocarlo e farne strade circolari, concentriche all’unico nucleo della città che è il Duomo. Ma un fiume, seppure finto non si lascia cancellare. Ora è un fiume fantasma, ma nelle profondità sconosciute del suo letto d’argilla, scorre tutt’altro che pacificato. Ulula l’asfalto, a volte ne abbiamo l’impressione, ma è il fiume a gridare sotto di esso. Barconi fantasma si aggirano con i loro carichi di sabbia mai consegnati, marinai stanno al timone, insensibili al buio e alla mancanza di una mèta. In superficie gradini di pietra, che scendevano nell’acqua, si perdono sul selciato, fontane giacciono dimenticate in magazzini polverosi o decorano giardini di amici degli amici. Ponti da fiaba si sporgono sul niente, sirene fuori luogo cercano l’acqua ma trovano solo prati. Una chiusa divide l’aria dall’aria, ma se si tende l’orecchio si sente ancora il fiume inseguire se stesso tra le fondamenta della case, nei sotterranei della metropolitana. Questo fiume avrà la sua vendetta, giorno dopo giorno la falda acquifera sale. Le fabbriche delle periferie sono chiuse, nessuno utilizza l’acqua, così cantine si trasformano in acquari, giardini in piccole paludi. Un giorno tutti i pianterreni saranno impraticabili e gli abitanti, ancora ciechi e sordi, si limiteranno ad abitare solo dal primo piano in su. Cammineranno nell’acqua e nemmeno se ne accorgeranno. I fantasmi sguazzeranno così senza più timore di essere scacciati. L’acqua continuerà a salire e annegheremo nella nostra indifferenza, io sarò presto dimenticata perché dimenticabile. Qualche bambino chiederà a una nonna un po’ svagata di raccontare ancora la storia della città fantasma e la nonna inizierà a inventare: - Dicono che un tempo, dove ora c’è questo grande lago, sorgesse una città dove di giorno vivevano e lavoravano milioni di persone. Ma dato che erano abituati solo a lavorare, il dio del fiume che scorreva sotto la terra, decise di punire la loro mancanza di giocosità e allegria facendo sprofondare la città nelle sue acque oscure. Ma nessuno se ne accorse, perché quegli abitanti pensavano solo alle scadenze, ai piani da rispettare e agli obiettivi da raggiungere. Così perirono tutti, e neppure se accorsero morti lo erano già in vita e nessuno li pianse, perché nessuno aveva gioito del loro passaggio sulla terra. Erano davvero creature un poco strane gli abitanti della città sottomarina. Nei giorni di bel tempo, se guardi proprio al centro del lago, puoi vedere un bagliore d’oro. È la dea che vegliava sulla
città che cerca di raggiungere la superficie ma, come tutti gli altri, è condannata a lavorare nell’acqua scura fino alla fine del tempo. Sulle rive di quel lago i bambini raccoglieranno oggetti dall’uso perduto, un campanello, una stilografica dalla cima bianca, lo schermo di una televisione, una spilla di metallo dalla quale un uomo sorride con un sorriso dai troppi denti. Giocheranno un poco con quei tesori sconosciuti, ma li getteranno nel lago prima che a qualche adulto venga la voglia di scoprire se davvero ci sono rovine nei fondali profondissimi.
Meglio giocare e chiedere alla nonna di raccontare di nuovo la storia della città senz’anima che, a causa della sua tristezza, era stata punita dagli dèi. Ora la pioggia ricomincia a scendere leggera, il futuro possibile si ripiega su se stesso ed è solo primavera e silenzio, tra le mie braccia pacificate, almeno per un poco. Caterina non è chiusa nel suo ufficio a lavorare,
in molti la cercano, in molti la pensano, vorrebbero sapere dov’è. Ma lei gira quasi di nascosto a cercare le tracce del fiume che non c’è. Segna su una mappa i gradini delle darsene, immagina barche scivolare lungo le strade, decide di andare a trovare Nino, un collega che la corteggia e che ha la passione delle mappe antiche. Vuole chiedergli consiglio, vuole condividere con lui questa piccola, segreta passione. Dai Bastioni scende verso la chiusa di San Marco, infila il portone e si ferma in portineria a chiedere il piano, sale le scale. Io la precedo, sono già nella casa dove lei sta per arrivare.
La strega di marzo appare all’improvviso. Sono mesi che si prepara, cura i capelli rosso fuoco e tinge le labbra dello stesso colore, prova e riprova le pose e le smorfie davanti allo specchio grande che tiene in cucina. Non ha bisogno di calendari, annusa l’aria ogni mattina e così sa quando è il momento di uscire. Dipinge di rosso anche le unghie dei piedi, ma di nero quelle
delle mani. È indecisa tra l’abito di velluto viola e quello di seta arancione. Ma questo colore fa troppo estate e non è suo compito occuparsi di quella stagione. Così sceglie quello viola che sembra rubato a un quadro rinascimentale. Lascia scoperte le caviglie sottili e il petto generoso.
Avventata com’è non indossa calze né scarpe, ma sandali alla schiava sui piedi nudi. Affonda gli occhi dietro profonde linee nere, profuma di muschio bianco i polsi, le orecchie e la piega tra i seni. Sceglie l’anello con l’ametista e la collana d’argento che arriva dal Tibet lontano.
Alla fine, prima di uscire, rimuove la coperta dal suo nuovo mantello nero. Ha passato l’inverno a prendere misure e ripiegarne gli orli, così che la lunghezza fosse quella perfetta. Poi ha ricamato nelle lunghe notti insonni, un ampio disegno sulla schiena. Un pavone dai colori più cangianti, la coda aperta a coprire le spalle, dalle sue ali chiuse tralci di frutti e fiori mai visti in natura, intrecciati con due serpenti belli quanto il pavone. Gli stessi serpenti intrecciati
anche davanti, sdraiati su un diverso tappeto di fiori. I frutti maturi sono melograni ricamati all’altezza del seno, gli occhi dei serpenti guardano a terra, due scarabei sono nascosti proprio dove c’è l’ombelico. Ora è pronta, si avvolge nel mantello, nasconde i capelli nel cappuccio e ancora davanti allo specchio, prova la scena. Abbassa un poco il capo, lascia che la massa fulva appaia come un bagliore sullo sfondo nero. L’effetto è assicurato, può uscire. Non ha ancora deciso, quest’anno, da che parte iniziare. Comincerà dal metrò, così che in
molti la potranno vedere. Eccola a Turro, come sapeva la gente la guarda, curiosa.
La sua sola presenza riscalda l’aria, tutti slacciano i cappotti chiusi. Sì, l’effetto è assicurato, non vista dai presenti, stacca uno spicchio di melograno dal suo mantello e lo porge alla bambina con la treccia, seduta accanto alla porta. Scende in Piazza del Duomo, cosa sarà mai marzo se non arriva la primavera? Il tempo minaccia ancora pioggia, ma lei sbuffa verso il cielo e le nuvole, piano, piroettano come ballerine e si sfilacciano nell’azzurro di smalto, rubato dall’occhio del dio serpente. Il sagrato è stracolmo di gente nata di certo sotto altri cieli.
La strega di marzo è curiosa, è da lunghi anni che non si allontana da questa città. Qua e là ruba colori che arrivano da terre lontane, dove il caffè cresce incoronato da nuvole regine.
Sono i rossi soprattutto ad attirare la sua attenzione, non ce ne sono molti nel suo ricamo, se non quelli un po’ cupi di mele e melograni. Per ogni colore rubato dai vestiti, regala al donatore ignaro il sorriso di una bella passante, lo sguardo ammirato di un giovane dalla bocca fatta per i baci, se è a una donna che ha preso il colore. Anche se a volte, bizzosa com’è, si diverte a mischiare attrazioni e amplessi, così che nessuno abbia più certezza del suo destino. Non sta ferma un istante, con il suo passo portato dal vento, attraversa ogni strada, si attarda però su quelle non asfaltate, dove ci sono cubetti di porfido e lastroni di pietra vera, dove camminare anche a piedi nudi, uno dei suoi principali divertimenti. Più di tutto però le piace immaginare lo stupore degli abitanti, troppo chiusi nella razionale percezione di quel che è evidente, se vedessero le magie che fa, sfiorando appena gli alberi con le mani.
Così si diverte a reiterare le sue apparizioni alle stesse ragazze sfacciate che hanno deriso i suoi piedi nudi qualche ora prima. Almeno, poverette, in vecchiaia avranno qualcosa da raccontare.
Le forsithie ora sono in piena fioritura, gialle più d’un pulcino, più dello stesso sole.
Spesso ne appunta interi rami sulle schiene piegate di compassati e affranti bancari, tutti vestiti di grigio. Che piccola rivoluzione quando fa saltare tutti gli orologi e al tramonto spegne i lampioni. Ha aspettato tutto l’inverno ascoltando i gemiti della città desolata e i pensieri inconfessati di questi tristi abitanti. Poi passa albero per albero, aggancia ogni foglia nuova, pesano poco perché sono ancora piccine, culla ancora le tenere foglie di cui sa tutti i nomi. Quando proprio vuole strafare, costringe il sole a risplendere più da lontano, così che l’aria si scaldi e il glicine, ben prima del suo tempo futuro, esploda nei colori della piena fioritura. Man mano che passano i giorni, il mantello perde i colori, ha già strappato tutte le piume del pavone, sgranato i melograni, messo in libertà gli scarabei che strisciano per la città cambiando colore agli occhi dei bambini. Solo i serpenti sono risaliti sino alla sua gola per adornarla come collane. Che fatica, i piedi sono una piaga, nel suo vagabondare alterna giornate di vento e sole a giornate di piccola pioggia, così che gli alberi non abbiano a soffrire. I visi ora sono più distesi, i cappotti vengono ingoiati dagli armadi, il suo lavoro è quasi finito. Per le strade ruba lo zucchero filato ai bambini, Il sole 24 ore a quelli che vanno troppo seri, rompe i ganci delle collane più belle dei suoi serpenti, raccoglie carte colorate per strada, strappa a una donna una ciocca di capelli di un rosso che non ha provato mai. Invisibile in
Galleria, fa razzia di libri svolazzando oltre gli ingressi vigilati. Ha bisogno di idee per l’anno che verrà, ruba anche un dente di perla a un bambino e un campanello da una bicicletta parcheggiata. Ora sa che è tempo di andare. Manca la scena di chiusura, un tramonto eccezionale, dai rossi mai visti, magenta e carminio, strisce di viola strappate dal suo vestito. Alla fine, poco prima che si illuminino i lampioni, tardi proprio davanti alla Scala, alte
strida rimbombano nei cieli: sono tornate le rondini. Qualcuno attratto dal richiamo, alza il capo e incantato si ferma a guardare, due donne dai capelli rossi, seppure diseguali, ridono gioiose in mezzo alle auto bloccate da un semaforo impazzito. Lei sorride compiaciuta, il lavoro è stato ben fatto. Con un gesto deciso lancia il mantello verso il cielo che si oscura e svanisce
nell’aria, mentre sta attraversando la strada. Caterina, Caterina quando smetterai di giocare e di travestirti? Eppure so che tu porti la primavera, vi riconosco dall’odore.
Il vento, di nuovo. È così raro qui a Milano imbattersi nel vento che quando accade fa notizia. Soprattutto se è vento alto che spazza via la cappa di smog e tristezza che incombe sempre sulla mia schiena. Vento di febbraio ancora più inusuale e strano. Ha pulito il cielo che ora è azzurro e irraggiungibile, pare di smalto e acqua, immenso e intoccabile. Con il cielo pulito appare il sole pieno, altro evento che ogni milanese sa apprezzare. Il sole d’inverno non tocca ma sfiora, riscalda piacevolmente i cappotti e i capelli, illumina di luce improvvisa i palazzi che paiono meno grigi. Il grigiore di Milano non è un mito. Anche nelle vie più centrali e lussuose, i palazzi hanno perso il loro colore originale, per assumere tutti la medesima tonalità indefinita e opprimente. Qualche facciata ripulita, di tanto in tanto, spicca con le calde tonalità giallo senape e rosa pesca che si dice fossero i colori originari della città asburgica. Il vento continua a soffiare implacabile e cieco. Non ha più foglie da far turbinare, ma oggi si diverte con mucchi di coriandoli e stelle filanti. Ci sono molti bambini in maschera, la maggior parte viaggia saldamente agganciato alla mano della madre. Ogni passo è un capriccio, uno scherzo, un gioco. Voglio una stella filante rossa, voglio una chiacchiera, voglio un gelato.
In giorni lontani, eppure così vicini, degli anni sessanta, i gelati d’inverno non esistevano. Solo panna montata ricoperta di cannella o cacao zuccherato. Dal signor Mario, il gelataio proprio giù dal ponte tondo di pietra sul Naviglio Grande, le pale e i contenitori termici della macchina per fare il gelato, stavano coperti da un panno bianco fino al mese di giugno. Ora invece è gelato tutto l’anno, un desiderio in meno da coltivare nei lunghi pomeriggi d’inverno, facendo esperimenti con lo yogurt intero della Galbani, quello con il vasetto bianco a quadrettini blu, mescolato con cacao e zucchero in quantità grandiose. Due bambine piccole, vestite da principesse, camminano sole tenendosi per mano. Quella più alta ha lucidi capelli neri e occhi scuri. Indossa un vestito di raso azzurro e pizzo bianco, uno scialle di lana bianca e fili d’argento, tra i capelli una corona di perle e brillanti. Cammina impettita e al contempo protettiva verso la sua compagna più piccola. Questa ha i capelli rossi ricci e il viso lentigginoso, indossa un abito di broccato rosa e pizzi d’argento. Parlano fitto e ogni tanto scoppiano a ridere. Buttano manciate di coriandoli con aria birichina, soprattutto sui grandi, soprattutto se maschi. Hanno tolto i guanti, se no è difficile avere una buona presa sui pezzetti di carta colorata. Il vento però sta tagliando loro le mani. Così si infilano nel primo portone aperto sfuggendo allo sguardo sonnacchioso della portinaia. Una volta entrate appoggiano le mani aperte sul termosifone dell’atrio. Mille formiche si arrampicano dalle dita verso i polsi, le bambine ridono ancora. Quando si sono scaldate per benino, scappano fuori e scompaiono tra la gente. Il vento, intanto, continua il suo gioco con i coriandoli che sono ancora più divertenti delle foglie morte. Ma Carnevale passa veloce anche se qui a Milano dura più a lungo. Per fortuna pensa qualcuno, perché la città è così triste in febbraio e il Carnevale spezza l’attesa infinita della primavera. Ecco questa è un’attività impegnativa a Milano. Aspettare la primavera, contare i giorni. Febbraio è il mese più breve, eppure qui tra le mie strade e palazzi non passa mai. Ventottogiorni e ne mancano sempre venti alla fine del mese. L’unica differenza rispetto a gennaio sono le giornate di vento e sole. La discontinuità col mese precedente è data dalle settimane bianche, grande passione dei miei abitanti. Se queste giornate ventose tengono non è raro che disertino gli uffici e se ne vadano a sciare a metà settimana. Bello come bigiare la scuola da ragazzi e andarsene al cinema Rubino di mattina. Quel che però, più di ogni cosa è piacevole in queste giornate, è passeggiare, magari da Corso Vercelli a Corso Garibaldi. Una teoria di vecchi palazzi, spesso lussuosi, stazzonati dal tempo, belle donne eleganti che passeggiano e fanno shopping, negozi di generi voluttuari, tra cui molte gioiellerie e pizzerie. Non che le belle donne siano gli unici passanti, ma è così facile abituarsi alla presenza di mendicanti dalle età più svariate, di ragazzi senegalesi che vendono sempre le stesse inutili cose, di gruppi colorati di zingare con così tanti bambini al seguito da sembrare uno sciame. Non vedere è facile, loro ci sono, ma sono gli abitanti invisibili di questa città. In queste strade così centrali, continua comunque a vivere e muoversi una Milano poco reale ma molto visibile: quel che resta della Milano da bere degli anni ottanta, craxiana e spendacciona. Una città cicala che non conosceva inverni, illuminata dal sole artificiale del suo re, ormai caduto nell’oblio. Questa del centro è la Milano degli uffici, dei segreti bancari, delle corruzioni, del lavoro dirompente di un drappello di magistrati coraggiosi che avevano spazzato, più efficaci di qualsiasi vento, un sistema di potere radicato nella città come un’erba velenosa. Così pareva e non era vero. Quel che resta di quell’epoca di illusioni sono un teatro mastodontico e brutto, brutte strade piene di buchi, eredità questa, a dire il vero, raccolta dal sindaco bonaccione già famoso per la raccolta differenziata dei rifiuti e che aveva aggiunto al suo curriculum anche il primato di avere presenziato a un funerale sbagliato in veste ufficiale. Ma non è qui che vive la Milano poco visibile di quelli che non sono famosi, un’altra città parallela a quella degli invisibili.
Per cogliere qualche frammento della mia anima profonda e così poco amata anche dai miei abitanti, bisogna trasferirsi verso la periferia nord orientale, quella che ha inglobato un paese dopo l’altro. Paesi le cui tracce restano nei nomi delle fermate del metrò e nelle piazzette inaspettate, tipiche dei paesini lombardi.
Come Piazzale del Governo Provvisorio che si affaccia sulla Martesana, abbellito dalla strada acciottolata, dalle case di mattoni, dai comignoli, dal piccolo e accogliente ristorante rumeno. L’itinerario migliore da seguire, arrivati sin qui, è la direttrice che dalla nota Piazzale Loreto, si slancia verso nord, verso Viale Monza.
Bei palazzi di inizio secolo corrono lungo tutta la strada, un traffico assordante a qualsiasi ora ne è il coronamento perenne. Ma è proprio in questa fetta di Milano che si può giocare a non essere a Milano. Basta lasciarsi trascinare dai buchi spazio temporali di cui sono disseminata.
Questo è un gioco conosciuto a tutti i miei abitanti, spinti da un desiderio inappagato di essere altrove, quasi sempre inerti nei loro sogni. Una città diversa spezzerebbe l’incanto di questo gioco, forse è per questo che qui le cose non cambiano mai.
La prima fermata quasi obbligatoria è in Via delle Leghe, al Tempio d’Oro. Il nome da ristorante cinese non deve trarre in inganno, si tratta di un locale noto per i primi piatti e per i dolci, soprattutto per le facce di sinistra che di questi tempi sembrano evaporate. Vecchi adesivi di Radio Popolare tappezzano la porta di ingresso e la cassa. Quando i tavoli cominciano a riempirsi, è uso finire seduto accanto a sconosciuti, come succede nei bistrot parigini. Bisogna però dire che l’indefinibile tribù della sinistra milanese si riconosce a naso, è facile socializzare, magari incontrare qualcuno conosciuto ai tempi della scuola o in manifestazione.
Quasi sempre si finisce a cantare tutti insieme e ad affogare la sindrome da accerchiamento, da sinistra soffusa, nella mousse al cioccolato. Fino a qualche anno fa si poteva sfogare l’istinto della tribù poco lontano. Infatti poche centinaia di metri più in là, sul Naviglio della Martesana, c’erano ben due locali: lo Zelig, nome fatidico, che di questi tempi starebbe a ben indicare la schizofrenia e la crisi di identità di questa sinistra ogni giorno più somigliante ai potenti di sempre, e il Teatro Officina che, alla fine della sua carriera, era locale di pasteggio e socializzazione, e non di spettacolo, come invece il nome sta a suggerire. A ben ricordare il Teatro Officina era uno dei luoghi di ritrovo più vivaci e fuori dal tempo della città. Un covo di rivoluzionari, di vecchi compagni, di sognatori incalliti, di riformisti disillusi e di semplici pazzi.
L’arredo era composto da vecchi tavolacci da osteria con le panche, veri e uguali a quelli rifatti che usano nei locali sui Navigli, credenze traballanti, un ritratto di Marx e uno di Lenin, uno del Che e perfino uno di Bakunin che qualcuno, poco attento, aveva scambiato per un’altra versione del classico ritratto del vecchio Karl il rosso. Una sera c’era seduta una coppia a uno dei tavoli, lui portava occhiali neri da sole, lei aveva i capelli rossi e noi già la conosciamo, gli parlava cercando di farlo ridere, lui impassibile ingollava una penna all’arrabbiata dopo l’altra. I vicini di tavolo dicono che stessero parlando di poesia, ma facevano fatica a seguire i discorsi, presi com’erano dall’insalata di funghi e grana. Forse era solo lei che parlava di poesia e il ragazzo le rispondeva con parole d’amore, sue. Parole che lei non voleva sentire. Poi, d’un tratto, aveva inforcato un paio di occhiali da sole uguali a quelli del suo compagno e, in silenzio, si era concentrata sul piatto di pasta, ormai quasi fredda. Peccato che lei non lo amasse, amava le parole di lui, questo doveva bastargli si diceva sempre quando stavano insieme.
A un altro tavolo sedeva il segretario di una della più gloriose sezioni periferiche del PCI di Milano. La zona di Turro, infatti, confina con la fascia di ferro di Sesto San Giovanni che, ai tempi, era chiamata la Stalingrado d’Italia. Parecchi operai della Marelli di Sesto stavano di casa proprio lì, nella zona dietro Viale Monza.
Le sere d’estate se ne stavano in calzoncini, canotta e ciabatte, quella sì una vera divisa, così come di giorno indossavano le mitiche tute blu. Certi avevano muscoli come barre d’acciaio, credevano nel partito e nel sindacato. D’estate litigavano con il parroco del quartiere per ottenere il sagrato della chiesa per la festa dell’Unità.
Per farci la pista per il liscio, mica lo spazio per le carbonelle. Comunque, dopo anni di buoni esiti alle vivaci trattative, che erano ormai facenti parte del rituale festaiolo, il parroco se ne morì e quello nuovo proprio non ci sentiva di fare amicizia con i comunisti. Rifiutò il permesso e i compagni della sezione gli fecero una gettata di cemento nottetempo e chi s’è visto s’è visto.
D’inverno, invece, soprattutto dopo Natale, e febbraio era il mese peggiore, gli operai stavano rintanati nelle osterie, come quella di Gigi all’angolo di Via Rovetta, a bere vino rosso e giocare a carte con la TV in bianco e nero accesa di sottofondo. In un febbraio nebbioso, già infestato dall’ottimismo della volontà, un consigliere di zona filo-socialista e un tantino troppo zelante, decise di allestire una mostra di arte moderna in uno dei primi capannoni industriali dismessi. Subito dopo l’ingresso, l’artista aveva collocato una scultura di lamiere contorte, quasi a voler comunicare la fine dell’era della tecnica, con quelle braccia di metallo disperate e tese verso il cielo. Man mano che la gente entrava, cominciò ad appendere i cappotti sull’ammasso di ferraglia, causando indignazione nello scultore e disgusto nel consigliere, ormai convinto dai fatti, che la classe operaia proprio se lo meritava di restare nella sua buia ignoranza. Gli dispiacque soprattutto perché non ci sarebbe stata una mostra successiva a quella e i suoi quadri astratti sarebbero rimasti nel garage, faccia contro il muro. L’avvenimento più importate del quartiere però, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quello di cui i nonni continueranno a raccontare ai nipoti fino allo sfinimento, fu quando il PCI diventò la Cosa e poi il PDS e alla fine si spaccò in due, più o meno. A chi sarebbe rimasta la sede, a chi le gloriose bandiere rosse? Quelli di Rifondazione, che all’epoca erano la minoranza, ma che ridiventarono maggioranza in quattro e quattr’otto, vista la piega che aveva preso il PDS, organizzarono un’azione notturna degna di un commando. Volevano pigliarsi loro le bandiere e tutti i cimeli ma i pidiessini che, nonostante i comunisti non pentiti pensassero il contrario, scemi non erano, si erano appostati in agguato nel buio della sezione. Qualcuno racconta che fu proprio in una notte di febbraio che i comunisti si avvicinarono, non visti, al portoncino d’ingresso favoriti anche dalla nebbia. Furono botte, tante e dure, come quando erano ragazzini. Quando finirono di azzuffarsi e qualcuno accese la luce si guardarono. Pesti e laceri com’erano, scoppiarono a ridere e non la smettevano più. Così decisero di coabitarenella sezione a giorni alterni e facevano una domenica per uno, anche perché tanti compagni erano pure delegati di fabbrica e iscritti alla CGIL dove si stava ancora tutti insieme. Tolti gli abitanti e le loro storie di normale vita quotidiana, resta da andare a vedere le vecchie ville padronali che una volta stavano in campagna. Se si vuole entrare in uno di quei buchi spazio temporali di cui si diceva prima, basta continuare a esplorare le rive della Martesana, che a volte sembra di essere sulla Senna e a volte proprio in campagna.
E se alla fine, esausti dal vagabondare, si vuole respirare nel silenzio d’acqua, basta ritornare in Piazzale del Governo Provvisorio. Lì ogni istante assume tratti di perfezione, anche d’inverno, anche in febbraio. Una nebbiolina leggera si alza dall’acqua e la casa dei fantasmi invita a fantasticare su chi ci abitava e a immaginare come sarebbe starci adesso.
Così Milano non sembra Milano, io mi sento diversa e mi piaccio e ogni storia è una storia buona da raccontare
Una città è un sogno di cemento e pietra sognato da centinaia di anni: io sono il sogno.
Una generazione dopo l’altra il mio corpo è stato costruito da un passaggio di pietre e mattoni, desideri e speranze che hanno giustificato ogni esistenza.
Le strade hanno cambiato direzione cercando, per prime, vie di fuga che io non ho avuto mai. Dalla terra battuta, ai ciottoli di fiume, ai cubetti di porfido, al comodo asfalto che tutto copre e tutto cela, la mia pelle è mutata nei secoli. Così che tutto si è stratificato e questo è l’unico dono che il tempo mi ha concesso. Ma non è possibile per chi mi abita ora scavare tra queste mura cercando radici che affondano altrove.
Lingue si sono mescolate a lingue negli ultimi cinquanta anni ed è vero che solo pochi anziani si ostinano a parlare la mie parole antiche. E non è solo la lingua ad allontanarli uno dall’altro. Non si incontrano mai davvero gli abitanti di Milano, i miei abitanti. Affondano i piedi nell’asfalto, sciamano dentro e fuori fabbriche e uffici senza mai sapere dove sono e quel che stanno facendo. Si chiederanno mai chi sono? Io non smetto di chiedermelo, li osservo, li racconto, li immagino muoversi su un grande palcoscenico, tra le mie braccia, li avvicino e cerco di capire: ma sono così annoiati! Eppure eravamo pronti a una vita nuova nel dopoguerra e giù fino agli anni sessanta. Questa tardiva adolescenza non mi ha portato a una vera maturità. Lo so, la mia fragile facciata di città cosmopolita tiene grazie alle illusioni, è come una magia, è solo un gioco. Perché siamo implosi io e i miei abitanti, tutti aspettiamo un risveglio, una fiamma nuova. Accadrà qualcosa alla fine? Oggi mi sento come una bella addormentata che, nell’attesa del principe, ha perduto ogni attrattiva. A volte credo sia colpa della mancanza di vento, perché quando il vento scende dalle montagne come un lupo, tutto si scompiglia e diventa evidente. Scuoto il setaccio dei tetti e vedo attraverso i muri come vivono queste mie creature. Perché quando una città sbaglia a radicarsi, accadono eventi colmi di misteri per strada e nessuno può perdere nulla perché si è perso il poeta, mi sono persa io pure dentro tutto quel vento e mi sono lasciata parlare. Oggi è una giornata di tale silenzio che voglio raccontare io anche se ancora non ho deciso se iniziare dai cortili o dai balconi a dirvi queste vite.
Scelgo di portare un respiro diverso tra l’ansia dei balconi. Non si ritrovano i nidi abbandonati dell’anno prima, niente rifugi tra il muro di mattoni e le auto parcheggiate, questa è la sfida: declinare con sapienza il mio cielo immobile, quando immobile è soprattutto il pensiero. Non hanno sguardo i portoni, non scocca mai l’ora meridiana, l’ora di rimpiazzo tra il desiderio e il sonno. Qui lavoro un giorno dopo l’altro, porto il cesto mai colmo, la pagina mai piena. Io sono assenza e forse un’illusione, non lascio impronte, spezzo il ghiaccio coi denti, nella notte scrivo di pensieri mai pensati. O forse vi dirò dei cortili, del silenzio ineguagliabile dei miei cortili dove è necessario intrufolarsi e sedersi a guardare e ad ascoltare. Quel che non vi dirò per le strade, lo sussurrerò nella quiete di un androne. Niente è più silenzioso di un cortile d’inverno nel mese più freddo e più lungo. Non una poesia per l'anno nuovo e neppure un vero saluto. È solo un’abitudine iniziare da gennaio, solo un vecchio rito.
Non ho scelto la mia veste di prigione, le celle le hanno costruite altri, complice il cielo, acuminato e grigio, complice la tristezza di chi cerca senso dove invece è il vento a portare la ragione.
Sognano ancora i miei abitanti? E io come divento sognata da loro? A qualcuno ogni tanto lo chiedo, nei modi oscuri che hanno le città di rivelarsi. Ogni tanto mi accompagno a uno di loro e lo seguo, mi piace raccontare le loro storie ai miei vecchi palazzi che non si muovono mai.
Il mondo è come appare
dinanzi ai miei cinque sensi,
e dinanzi ai tuoi che sono
come l'approdo dei miei.
Nostro non è il mondo
degli altri: non è lo stesso.
Letto dell'acqua ch'io sono,
tu, noi due, siamo il fiume
che laddove è più profondo
più lento e limpido appare.
Immagini della vita:
via via che le riceviamo,
ci accolgono consegnate
più strettamente a un ritmo.
Ma le cose si formano
coi nostri stessi delirî.
L'aria ha la dimensione
del cuore che io respiro
e il sole è come la luce
con la quale io lo sfido.
Agli occhi degli altri, ciechi,
oscuri, sempre deboli,
guardiamo all'interno sempre,
vediamo dal più intimo.
Fatica e amore mi costa
così con me, con te vedere;
apparire, come l'acqua
con la sabbia, sempre uniti.
Nessuno mi vedrà intero,
nessuno è come lo guardo.
Siamo più di ciò che vediamo,
meno di ciò che indaghiamo.
Qualche vicenda di tutti
inavvertita trascorre.
Nessuno ci ha veduti.
Ciechi di tanto vedere,
nessuno abbiamo veduto.
Miguel Hernandez