giovedì 25 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/109: se la pagina scritta è un giardino, la poesia non è la rosa ma la terra feconda


Cammino guardando la terra, mi concentro sul movimento di un piede, sulla flessione, sulla forza e lo slancio.

Prima cammino sui prati intorno a casa, poi sul sentiero che porta alla spiaggia, continuo a camminare a piedi nudi.

Le tre sorelle sono sedute all’ombra di una grande tenda bianca. Riescono sempre a disporsi a trittico, sono bellissime e di nuovo tutte e tre stanno leggendo libri dalla copertina antica.

Il fratellino sta giocando con un cagnolino che non avevo ancora mai visto.

Le ragazze, all’unisono, mi fanno cenno di avvicinarmi.

La brezza marina agita i lembi delle tende e quelli dei loro lunghi abiti di lino. Tutto quel biancore mi trasmette una grande freschezza e anche un senso di pace che provo di rado.

Mi offrono da bere del tè ghiacciato con limone che accetto con piacere.

- Ho visto il vostro giardino, è davvero bello – mi dice una delle sorelle – non so chi di voi sia il felice giardiniere ma ha un tocco notevole.

- Non solo il tocco di un giardiniere, ma anche il tocco di un poeta. Sono deliziose tutto quelle piccole edere e le patate americane germogliate – aggiunge la seconda.

- Ascoltate cosa scriveva un filosofo e poeta del secolo scorso a proposito di giardini e poesia:


Se paragonassi una pagina di scrittura a un giardino, sarei portato a vedere in un primo momento nella rosa l'immagine stessa del componimento poetico. Ma sarebbe un grave errore.
La poesia è nemica dell'apparenza. È appartenenza immemoriale. Del giardino la poesia è piuttosto la terra feconda, umida: la miracolosa umidità del suolo nelle sue profondità. Può essere, anche, la linfa, le radici
”.

Trovo notevole questo scarto del pensiero, questo accantonare la bellezza struggente della rosa per riportare l’arte poetica alla sua germinazione dal profondo dell’essere.

Di quanto lavoro ha bisogno la terra per donarci i suoi frutti? Scavata, arata, sarchiata, inseminata e così via.

È profondo il legame tra i nostri passi e il nostro cibo, la terra è sostegno a entrambi e noi godiamo della sua fertilità.

In italiano, e non solo, terra è anche Terra, il nome del nostro pianeta, un nome antico che ha origini latine.

Sulla terra lasciamo le impronte dei nostri passi, la terra è casa, è ricchezza, nella terra affondano le radici degli alberi.

La terra è sposa del cielo quanto il mare, nella terra ritorneremo, la terra conserva le vestigia di epoche lontane e di civiltà scomparse.

La terra è la custode dell’anima umana, è bello toccarla e pensare a cosa potrebbe crescere.



Apro il taccuino e leggo alle sorelle una mia poesia di tanti anni fa.


La terra che era mondo

 

Ho scavato nella terra
con le mani già sporche 
d'inchiostro.

Ho scavato fino al giusto
fondo dove dimorano ora
le piccole radici
e racchiuso tutto intorno
quella terra che era mondo.

Le foglie si alzeranno
si apriranno verso le nuvole
invidiose del loro colore
desiderose di andare e stare.

A sugo quasi pronto spezzerò
qualche gambo e laverò
le foglie nell'acqua corrente.

L'estate è profumo di basilico
e ringhiera.



È il giorno giusto per leggerla perché è di nuovo estate anche se nessuno è ancora preparato a questo mondo mascherato. Non è davvero cambiato nulla, quel che siamo ha solo una diversa decorazione.

Una delle sorelle mi chiede di poter copiare la poesia e vuole anche sapere cosa sia una ringhiera perché non ne ha mai vista una.

Sento la città non più silenziosa sorridere alle mie spalle, tenace e fiera come una terra madre.

Domani torno a vedere come vanno le cose. Tra poco tornerò verso casa, voglio chiedere al misterioso architetto cos’è la terra per lui.


La mia poesia è tratta dalla raccolta Il calvario della rosa, Moretti&Vitali 2004

La citazione di Edmond Jabès è tratta dal volume Poesie per i giorni di pioggia e di sole, a cura di Chiara Agostini, Manni 2002



mercoledì 24 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/108: accendere il fuoco, cercare una promessa


Scelgo il fuoco oggi, scelgo il fuoco domestico che arde nel camino, che ci riscalda e cuoce il nostro cibo.

Com’è dolce il profumo della legna che si consuma, com’è invitante l’aroma del cibo.

Fuoco che consumi, legna che ardi, sottrai aria al mondo per dare calore.

Fuoco signore del mondo, materia primigenia, luce inesauribile.

Prometeo ruba il fuoco agli dèi per darlo agli umani, Efesto lavora la materia incandescente sotto terra.

Il fuoco ci permette di manipolare la materia, il primo segnale della nostra sfida a qualunque Dio.

Dovremmo affiancare la Fenice mattina dopo mattina e rinascere dalle nostre stesse ceneri nel nostro fuoco che non si estingue mai.

Il fuoco marchia gli animi incandescenti, declina la passione e l’ardore.

Se il fuoco è azione, il calore ne è la conseguenza.

Ma la causa? Non quella reale, qual è la causa metaforica?

Il fuoco nasce dallo scaturire di due scintille, due anime che si incontrano e vogliono diventare una, “vivere ardendo e non sentire il male” scriveva Gaspara Stampa:

CCVIII
Per un nuovo amore.

     Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men stranio animale,
che vive e spira nel medesmo loco.
     Le mie delizie son tutte e ’l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.
     A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, piú vivo e maggiore.
     Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.


Bruciati nella stessa fiamma gli amanti sfidano l’immortalità degli dèi e si fanno dèi essi stessi.

Il tremore dell’essere, la felicità assoluta sono prerogative non umane che l’amore rende accessibili.

A questa dimensione prima duale e poi fusionale dell’amore-passione, si contrappone l’immagine solitaria del poeta e dello studioso che, di notte, seduto al suo tavolo contempla la fiamma di una candela e dalle sue oscillazioni trova ispirazione e nuove domande.


Nella ferita tra terra e cielo


Accenderemo ancora il fuoco
cercando la promessa, una nuova
rivelazione. Fumo si alzerà
nell’aria e l’aria abbandonerà
il cielo perché infine avrà
capito che l’orizzonte non è
il segno dell’unione ma la
cicatrice di quella separazione
eterna dove gli opposti si cercano
e combattono e dove l’aria non
respira, l’acqua non si trattiene
nella ferita tra terra e cielo.


Capisci cosa sto cercando? – chiedo al misterioso architetto – Sto cercando un punto nuovo, una nuova visione: la fiamma d’amore che arde inesauribile e la solitudine della candela allo stesso tempo-

Lui non mi risponde, si avvicina al focolare e accende una candela rossa che riporta al tavolo.

- Siamo in due, adesso, a guardare questa stessa fiamma, ogni solitudine può accogliere l’amore e farsi bruciare, almeno un po’. Ogni amore può rispettare la solitudine e bruciare quel tanto che basta.

Nella fiamma della candela distinguo le sagome di due innamorati, cerco di coglierne i volti, ma il vento è più veloce e mi ruba l’immagine.

La candela è spenta, mi guardo intorno e l’amore mi circonda in questa Casa delle Parole.

Scelgo la mia candela e vado al focolare, cerco la mia visione, cerco il mio amore. Ma la scrittrice mi ricorda che:

C’è fra di noi qualcosa che è meglio dell’amore: è una complicità.


Questa Cronaca 108 è stata scritta in compagnia di Marguerite Yourcenar (sua è l’ultima citazione tratta dal libro Fuochi); Gaston Bachelard e la sua Psicoanalisi del fuoco; Gaspara Stampa e le sue Rime. La poesia è mia ed è tratta dalla raccolta Scrivere il vento, Atì Editore 2016





martedì 23 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/107: l’arte è quell’Itaca di verde eternità, non di prodigi

Seguo il fiume controvento, l’acqua corre verso il mare e io vado in senso inverso.

Conosco bene il luogo dove le acque si mescolano e quelle dolci lasciano il passo al sale e al verde profondo. Le rive sono sabbiose e incerte, dalla spiaggia costellata di gigli marini bianchi, che hanno un profumo insopportabile, siamo costretti a spostarci nella pineta.

Il profumo dei pini marittimi è diverso, mi ripulisce il naso dall’odore morboso dei gigli, mi libera i pensieri.

I gigli mi riportano alle estati dell’infanzia, ai brividi del primo bagno la mattina presto, al bagno delle dieci, ora strategica per poter mangiare una pizzetta e poi fare di nuovo il bagno a mezzogiorno, prima di pranzo.

Aspettare che tutti vadano a sedersi all’ombra della pineta e poi rituffarsi per l’ultimo bagno nel silenzio delle voci umane.

Il sole riverbera sulla cresta delle onde e poi nei miei occhi, mi lascio cullare dalle onde, chiudo gli occhi, mi distendo, galleggio, sento che la corrente mi sposta, mi abbandono.

Quando esco dall’acqua gli altri stanno già mangiando, pomodori, cetrioli, cipolle rosse di Tropea, tonno sotto’olio, pane fresco, origano e sale.

E poi angurie, pesche, albicocche e susine. Ci sono ancora alcune pizzette, le migliori del mondo, poi una fetta di pane conzato.

Qualcuno pisola dopo pranzo, il suono delle onde culla, i padri iniziano a giocare a bocce, io mi stendo sotto l’ombrellone sulla sabbia fresca e leggo.

La vita di chi un giorno scriverà è prima di tutto la vita di chi osserva.

Vivere osservando, il primato dello sguardo, mentre la voce del mondo si intesse con la propria voce.

Sono tutti lì, ancora, che mangiano e giocano e ridono. Gli anni difficili sono ancora lontani, oggi è per sempre.

Questo è l’infanzia, vivere ogni giorno come se fosse l’eternità.

Torno sui miei passi e riprendo a seguire il corso del fiume.

L’acqua è verde, i pesci passano sfiorando le gambe. È difficile nuotare nei fiumi, ma qui il fiume è davvero stretto e poco profondo.

Una volta di rami d’albero intrecciati frantuma i raggi del sole.

Cosa ha reso indelebile questo ricordo? Eravamo sempre noi, gli stessi della spiaggia. L’incanto è il colore di quell’acqua, di quel fiume dove non siamo mai più ritornati.

Ora sono arrivata alle sorgenti dello Ouadi Arugot, le stesse cascate, il vento discreto, non una sola voce intorno.

Ognuno di noi ha un fiume nel cuore, un fiume che scorre sotto la pelle e porta ricordi e sogni più ancora che speranze.


Io sono il mio fiume

Io sono il mio fiume, il mio chiaro fiume che passa
ruzzolando sulle pietre.
Mi circondano le ore e le onde,
non so dove mi trascinano,
ignoro la mia fine e il mio inizio,
vado attraversando il mio corpo come l’arcata di un ponte.
Le nubi mi seguono tra i campi
con caldi riflessi.
Svio tra gli alberi, tra le ombre;
portai alla terra soltanto questo rumore
per attraversare il mondo,
l’ho sentito crescere dal fondo delle mie vene.
Queste voci che dico
hanno rotolato per secoli purificandosi nelle sue acque,
fuori dal tempo.
Sono echi dei morti che mi nominano
e mi rincorrono come pesci.
Io sono il mio fiume, il mio chiaro fiume che passa
e senza tregua mi trascina.
So che esiste un vascello
che passa alle mie spalle;
le sue vele palpo nel sogno;
seguo la traccia che lascia al passaggio,
però non so che cerca nel mio solco
né quando arriveremo
nemmeno chi c’è a bordo.


I poeti hanno fiumi, non solo gli oceani, non solo il mare. Perché l’acqua ci avvolge con questa grazia? È forse solo davvero il ricordo del grembo materno che ci ha cullato? Amo questa deriva di pensieri e parole che condivido con il misterioso architetto intento a scrivere a Soledad.

- Tieni – gli dico – prendi anche questa poesia. E disegna una coppia di stelle binarie per te e Soledad e una per me e il poeta.
Da soli non andremo lontano, non sapremo parlare di questi fiumi, del tempo e della memoria.


Arte poetica

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua

e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sogno,

sogno di non sognare e la morte
che il nostro corpo teme è questa morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.

Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo

dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
trasfigurare l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore, un simbolo,

vedere nella morte il sonno, nel tramonto

un triste oro, questo è la poesia
che è povera e immortale. La poesia
si volge come l’aurora e il tramonto.

Talora nel crepuscolo un volto

ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro proprio volto.

Ulisse, dicono, stanco di prodigi,

pianse d’amore, scorgendo la sua Itaca
umile e verde. L’arte è quell’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume senza fine

che passa e resta; è specchio di uno stesso
Eraclito incostante, uno e diverso
sempre, come il fiume senza fine.


Un fiume senza fine, il ritratto dell’eternità, le stelle che risplendono nei tuoi occhi ne sono lo specchio.


La prima poesia è di Eugenio Montejo, tradotta da Alessio Brandolini per il numero 17 della rivista fili d'aquilone.
La seconda poesia è di J. L. Borges


Yo soy mi río


Yo soy mi río, mi claro río que pasa
a tumbos en las piedras.
Me circundan las horas y las ondas,
no sé adónde me arrastran,
desconozco mi fin y mi comienzo,
voy cruzando mi cuerpo como el arco de un puente.
Las nubes me siguen por los campos
con cálidos reflejos.
Entre los árboles derivo, entre los hombres;
sólo traje a la tierra este rumor
para cruzar el mundo,
lo he sentido crecer al fondo de mis venas.
Estas voces que digo
han rodado por siglos puliéndose en sus aguas,
fuera del tiempo.
Son ecos de los muertos que me nombran
y me recorren como peces.
Yo soy mi río, mi claro río que pasa
y me lleva sin tregua.
Sé que existe un navío
que cruza a mis espaldas;
palpo sus velas en mi sueño;
sigo la estela que deja en su camino,
pero no sé qué busca entre mi cauce
ni quién va a bordo
ni cuándo llegaremos.





Arte Poética

Mirar el río hecho de tiempo y agua 

y recordar que el tiempo es otro río, 
saber que nos perdemos como el río 
y que los rostros pasan como el agua. 

Sentir que la vigilia es otro sueño 

que sueña no soñar y que la muerte 
que teme nuestra carne es esa muerte 
de cada noche, que se llama sueño. 

Ver en el día o en el año un símbolo 

de los días del hombre y de sus años, 
convertir el ultraje de los años 
en una música, un rumor y un símbolo, 

ver en la muerte el sueño, en el ocaso 

un triste oro, tal es la poesía 
que es inmortal y pobre. La poesía 
vuelve como la aurora y el ocaso. 

A veces en las tardes una cara 

nos mira desde el fondo de un espejo; 
el arte debe ser como ese espejo 
que nos revela nuestra propia cara. 

Cuentan que Ulises, harto de prodigios, 

lloró de amor al divisar su Itaca 
verde y humilde. El arte es esa Itaca 
de verde eternidad, no de prodigios. 

También es como el río interminable 

que pasa y queda y es cristal de un mismo 
Heráclito inconstante, que es el mismo 
y es otro, como el río interminable. 


lunedì 22 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/106: da qualche parte imparammo ad ascoltare lo schianto del gelsomino


Entrare nella nuova stagione a piccoli passi, ascoltare ogni minima variazione nello sciabordio delle onde, accettare che il fiore ceda lo spazio a un frutto, accettare la luce che svela, la notte che chiama gli amanti.

Siamo smarriti di fronte a questo tempo lento dell’estate, al cielo sfavillante, alla semina giunta all’esito desiderato.

I campi di grano maturo riparano la terra dallo sguardo indagatore del sole, i girasoli, invece, sono la sua corte fedele che ne segue ogni minimo movimento.

Sul ciliegio i frutti sanguinano sino alle nostre mani, nell’orto rosseggiano i pomodori e il basilico inebria anche l’aria.

I cespugli di lavanda attirano api e farfalle, quanto potremo resistere al dolce richiamo dei suoi fiori?

È una giornata gloriosa, qui nel nostro mondo, nessuno ha voglia di restare in casa, solo le aquile reali non lasciano il nido, mentre i lupi pigri dormono all’ombra delle querce e le tigri giocano sulle rive del fiume.

Il puledro è cresciuto e galoppa inseguito dalla giovane volpe, la sacerdotessa e il sapiente guerriero proseguono con le loro esplorazioni, lei raccoglie erbe e le classifica, lui le ha costruito un erbario dove conservarle. Non tutte queste erbe sono piante officinali, lei sceglie quelle con le foglie più definite e i fiori più belli che pressa tra due fogli di pergamena per farli essiccare. Immagino che il prossimo inverno avremo di che imparare da questa loro passione estiva.

Il misterioso architetto mi ha portato un’altra poesia del suo amico chirurgo e poeta. La copio nel mio quaderno e poi la leggo ad alta voce cercando di superare il tono alto di rondini e cicale:

viviamo con l’istinto di andare
portatori di immagini al giardino di pietre
il vasto dominio diffuso, arioso.
respiri azzurrati, violenze calcaree
un’enorme distesa di vite ammutolite
scricchiolii verdi nelle dita di gesso
è quello che resta della corsa degli anni.
passo dopo passo imparammo ad ascoltare
da qualche parte lo schianto del gelsomino



Sì, è proprio vero, negli anni abbiamo imparato ad ascoltare lo schianto del gelsomino. L’altro giorno ho raccolto gli ultimi due fiori e li ho incollati nel mio quaderno. Non ho avuto intenzioni tassonomiche con questo mio gesto, solo mi piace ricordare che anche in quest’anno feroce ho visto il gelsomino fiorire e resistere alla pioggia sino a questo ultimi giorni di giugno.

Di tutto quello che ci accade intorno possiamo scegliere cosa tenere? Dipende, la regina e il re sono intenti a completare la loro torre, non andranno a viverci stabilmente, ma dicono che bisogna essere pronti a ricevere gli ambasciatori degli altri regni. Io fatico a immaginare chi potrebbe avere voglia di venire in questo regno immaginato di stelle e di parole, ma assecondo anche questi miei compagni e suggerisco loro di chiedere al misterioso architetto consigli sulle decorazioni e sui mobili.

Di questa giornata luminosa e felice ho molta da tenere con me, molto da lasciar andare. Tutte le ore dimenticate sono l’ombra di quel che abbiamo vissuto. Noi non le vediamo più, ma le ombre abitano in noi, molto più di quanto non faccia la luce.

Ad alta voce dico al giorno quel che rimarrà con me:


Le parole che sono nomi

Scelgo nel vento quali parole tenere:
estate, prima, mare, onde, sabbia, acqua,
pioggia.
E la pioggia che raccolgo nell’incavo
delle mani, non basta a dissetarmi, non c’è
sete che plachi, è la pioggia che scioglie il
colore della tela, quella lasciata in giardino.
Così è la memoria, acqua tiepida e ombre
sfumate, il verde che divora gli articoli e
i nomi, il buio che chiama il vento e solo
io rispondo.


Così, ecco che anche questo ventidue giugno dell’anno senza Carnevale, diventa come un fiore scelto per l’erbario. Ne terremo il colore, ma non il profumo, potremo sfiorare ancora la consistenza ma non più sentire la linfa che scorre nel gambo e nelle foglie, né pensare che i petali sembrano proprio lembi di seta che gioca col vento.



La fotografia di copertina è una pagina dell’erbario di Emily Dickinson, conservato presso la Houghton Library della Harvard University.
La mia poesia è tratta dal mio ultimo libro Un’estate invincibile, Atì Editore 2019
La poesia di Lorand Gaspar è tratta da Conoscenza della luce, a cura di Maria Luisa Vezzali
Donzelli 2006.


Nous vivions dans la fraîcheur d’aller
porteurs d’images au jardin des pierres
le vaste empire répandu, éventé.
Ce qui reste au large d’années
souffles bleuis, violences calcaires
énorme pays de vies muettes
craquements verts dans les doigts de craie
peu à peu nous apprîmes à écouter
quelque part la chute du jasmin –

domenica 21 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/105: le cose che cadono lentamente, il gelsomino, la neve, l’infanzia

Dopo la notte più corta dell’anno, l’alba arriva come ogni alba. Sfugge dalla vecchia pelle il serpente dell’eternità e si abbevera nell’acqua dolce dietro le colline.

I fuochi del solstizio sono spenti, gli amanti giacciono ancora addormentati. Dormono anche i lupi nella tana, le tre sorelle nella casa, il re e la regina, la sacerdotessa e il sapiente guerriero.

Il misterioso architetto è di nuovo solo, Soledad è andata via, tornerà, ma non ha detto quando.

Siamo svegli solo lui ed io, io cammino sui prati scintillanti di rugiada e vado a sedermi in riva al mare. Lui lascia la Casa delle Stelle, il mosaico che diventa via via più ampio, prende il taccuino rosso e viene a sedersi vicino a me.

Il mare ha ancora il colore dell’argento, il cielo pure, com’è strana la luce, come sono lunghe le ombre.

L’uomo delle Stelle apre il taccuino e legge:

“Ah, le mattine di Gerusalemme! C'era una tale freschezza, una tale promessa, nella piena del giorno, nelle pietre, che imparai presto a svegliarmi di buonora. Mi preparavo un caffè, abbeveravo il cavallo e gli servivo il suo primo pasto quando Khalil tardava.
Poi mi mettevo sui miei libri, sui miei scarabocchi. Così avevo ogni giorno due o tre ore limpide, miracolose, prima di iniziare una lunga giornata all'ospedale.
Il poco che sono riuscito a leggere e a scrivere lo devo a quelle mattine di Gerusalemme, a quelle albe della Giudea che d'estate cominciavano a spuntare verso le quattro”.

Ho conosciuto questo poeta, racconta l’uomo delle Stelle. Lavorava nell’ospedale di Gerusalemme quando io avevo la mia libraria antiquaria non lontano da lì. È facile diventare amici, quando si amano i libri. Lui passava quasi tutti i giorni a cercare libri, a salutarmi. A volte passava il mattino prestissimo, in una di quelle giornate iniziate con la scrittura. Più spesso passava di sera, prima di tornare a casa. Non sempre parlavamo, ci piaceva condividere il silenzio, i passi delle belle donne, i ricordi di Byblos dove entrambi avevamo vissuto, il tè alla menta, le icone russe, i ricordi di infanzie che non si assomigliavano, ma ci avevano resi quasi uguali. Io vivevo in un piccolo appartamento sopra la mia bottega, anzi, la casa era tutta una bottega. Comperavo libri a peso, a volte, gente che emigrava verso l’America o tornava a cercare gli antenati in Europa. Tenevo libri in molte più lingue delle cinque o sei che parlavo all’epoca.
Quando hai amato uno scrittore o un poeta è più semplice ritrovare la sua voce nella memoria. Il mio amico mi segue nei suoi libri, che sono tra quelli che ho portato con me quando ho lasciato Gerusalemme. E la sua voce è viva come se ci fossimo parlati questa mattina.


cosa risuona sotto le arcate del volo
che non si può intendere, né vedere?
il desiderio, forse, d’essere uno –

comprendere veramente cosa sia essere qui
nuvola, rondone, uomo o sasso –

è così nei momenti più semplici
che il dire si radica nel proprio vivere –

possa il sapore del giorno nella gola
trasportato per l’apertura trovata
rinascere per altri tra le erbe –


- Perché avete lasciato Gerusalemme? Pare che entrambi siate stati felici laggiù.

- È vero, sono stato felice, ma la troppa bellezza stravolge l’anima. Non si può guardare il sole a occhio nudo, così è per la bellezza. Ci vuole un filtro, perché altrimenti dopo un po’ si impazzisce. Quanto potresti resistere a guardare ogni giorno la Gioconda o la Cappella Sistina o gli iris di Van Gogh? Apprezzo di più la bellezza di Gerusalemme ora che sono lontano, ora che non respiro più quelle mattine di luce e non vago nel mercato della Via Crucis e mangio dolci fritti imbevuti di miele. Posso immaginare i tetti, la Moschea della Roccia, il Muro del Pianto e ritornare sui miei passi ogni volta che lo desidero. La mia bottega ricolma di libri è aperta per il mio amico, conosco bene ogni libro tra quelli che ho anche solo sfogliato e poi classificato. Ma la grande gioia era aprire un libro a caso tra quelli delle stanze posteriori e scoprire un tesoro inaspettato. Il mio amico era uno di quei clienti che aveva fiuto per i libri imperdibili, quante volte è tornato dal retrobottega con un volume che mi avrebbe fatto tremare le mani. Poi un giorno mi ha portato le sue poesie ebbre di luce gerosolimitana, dei mari della Grecia dove il blu e il rosso si confondono ancora oggi. Quando è partito da Gerusalemme, si è trasferito a lavorare all’ospedale di Tunisi ed è andato a vivere con la sua seconda moglie nel villaggio di Sidi Bou Saïd in una casa non tanto grade ma circondata da un giardino rigoglioso e dove gli uccelli accompagnavano la sua scrittura. Ma, soprattutto, era la vista del mare, instancabile, che lo accompagnava al mattino poco dopo l’alba e poi la sera quando tornava con negli occhi le nuove storie umane che aveva incrociato all’ospedale. Scrivere era il primo rimedio per le ferite dell’anima, viaggiare il modo per incontrare se stesso sulle rive di quei mari cantati dai miti antichi.

Lo guardo mentre lui non mi sta guardando, è una biblioteca vivente il mio misterioso architetto.

- Raccontami ancora di lui, saprai altre storie, non è vero?

- Non oggi, cara narratrice. Adesso devo guardare il nostro mare e scoprire se anche qui, tra i tuoi ricordi e i tuoi desideri, ci sono miti che stanno nascendo.

Chiude il taccuino e si sdraia con la schiena un po’ rialzata contro la sua borsa di cuoio.

Faccio altrettanto, non lo vedo più. Vedo soltanto il mare e il cielo, l’orizzonte netto che li unisce, il mare è un cielo capovolto, il cielo è un mare capovolto.

Le storie diventano miti quando iniziamo a credere che siano accadute davvero o quando sappiamo che esistono solo in un racconto?

Lascio che i miei pensieri cadano nello sciabordio delle onde, il mio architetto misterioso recita questi versi:


Ecco delle mani
posale su un breve spasmo del tuo corpo
con un vaso di basilico
e lo spazio scavato d’uccelli
quando all’alba sui nostri corpi bagnati
le dita odorano d’origano.

Ho solamente cose semplicissime
il sole si è stagliato poco a poco come
mia madre tagliava il pane
noi mettiamo la minestra sulla tavola
(fuori le cose che cadono lentamente
il gelsomino, la neve, l’infanzia)
gusto di peperoncino rosso e denti sani
i corpi ci tengono caldi ancora per un po’
nell’età avanzata della notte.



Le poesie di questa Cronaca 105 sono del poeta Lorand Gaspar, del quale Maria Luisa Vezzali ha curato l’antologia Conoscenza della luce. Donzelli 2006. Gaspar è anche il protagonista del racconto dell’architetto delle Stelle. Forse, un giorno, si sono incontrati davvero o forse si incontreranno. Qui, ai piedi delle Montagne della Nebbia, il tempo si piega come piace a lui, non come lo pensiamo noi.


Voici des mains
Pose-les dans une brève secousse de ton corps
avec un pot de basilic
et l’espace fouillé des oiseaux,
quand l’aube sur nos corps mouillés
les doigts sentent l’origan.

J’ai seulement des choses très simples
le soleil s’est découpé peu à peu comme
ma mère découpait le pain
nous mettons la soupe sur la table
(ces choses au-dehors qui tombent lentement,
le jasmin, la neige, l’enfance)
goût de piments rouges et de dents heureuses
nos corps nous tiennent encore chaud quelque temps
dans l’âge avancé de la nuit.




quoi résonne sous les arches du vol
qu'on ne peut entendre, ni voir?
le désir, peut-être, d'y être uni -

comprendre vraiment ce qu'est être ici
nuage, martinet, homme ou caillou -

c'est ainsi dans le moments les plus simples
que le dire s'enracine en son vivre -

puisse la saveur du jour dans la gorge
portée par l'ouverture trouvée,
pour d'autres parmi les herbes renaître