lunedì 4 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/57: la pioggia è tua, miei sono gli uragani


Nascono nuvole sulle mie labbra, non parole o canto.

Esco dalla casa affollata che dorme ancora, dormono tutti, dorme il re e dormono i lupi, anche il poeta si è addormentato con la testa appoggiata a un braccio sul tavolo. Provo a gridare, ma di nuovo solo nuvole di tempesta si levano verso il cielo.

Sul muro orientale stanno sbocciando i gelsomini e questo mi incanta come ogni mese di maggio. Dicono che nel mondo oltre il muro oggi le persone ricominceranno a uscire, ma non odo rumori che lo possano confermare.

Guardo meglio e in controluce riconosco la figura della donna che sta con le braccia levate e il viso rivolto al sole. È lei, la sacerdotessa, che appare e scompare nella mia vita come un corso d’acqua carsico. Anche quando non la vedo sento che c’è, che mi parla, ma quando lei è qui, le mie parole si condensano in nuvole e devo aspettare che lei abbia terminato di intonare il suo canto che per la prima volta è un’implorazione verso un tu che non ha volto e non ha nome.


Raccoglimi
come si fa con un raccolto.

Taglia svelto

lega più veloce
prima che mi disfi il turbine d'autunno.

Fai presto

sono già maturata
e già sono gli intralci accantonati.

Non tremare

io non devo crescere più.

La pioggia è tua

io sono già al di là dei miei uragani.

Raccoglimi

come si fa con un raccolto.


Guardo i sussulti del suo petto, la schiena che si tende, adora la luce ma canta il buio, esce il mattino presto e la sua dimora è la notte.

Chi è l’amato che la sua voce esorta? E perché l’amore ha questa forza esplosiva soprattutto nelle mattine di primavera?

Quando termina il canto in una lingua che ha sapore di miele e legni speziati, si gira a guardarmi e mi fa cenno di raggiungerla.

Ci rispecchiamo l’una nell’altra, ci somigliamo moltissimo, come se fossimo la stessa donna in età diverse della vita. Mi porge una rosa che, solitaria, cresceva ai piedi del gelsomino.

- Portala in casa per il poeta, sai che le rose sono compagnia e fonte di ispirazione per lui, mi dice

- A chi era dedicato il tuo canto? Le chiedo
Sorride enigmatica e non mi risponde subito, sistema le sue vesti fatte d’aria e di luce.

- Lui ha sentito il mio canto e arriverà. Hai ancora del posto nella casa affollata?

- Certo che abbiamo posto, la casa è piena di stanze che non ho mai aperto. Ma chi è questo lui di cui mi stavi dicendo?

- Non so dirtelo con precisione, è un guerriero perché ha dovuto combattere molte battaglie ma in anni ormai lontani. È uno studioso e un sapiente, parla molte lingue e capisce lui solo la lingua del mio canto. Lo aspetto da molto tempo ormai, ma sapevo sin da quando ero solo una giovane apprendista che lo avrei incontrato ora che il sole è arrivato allo zenit. Prima non sarebbe stato possibile. Il dopo è già sotto il suo segno.

- Cantami ancora quel canto, perché io l’ho capito, come è possibile se era destinato solo a lui?

- Perché anche tu appartieni alla sua stessa schiera, la schiera di quelli che amano le lingue e cercano di oltrepassare la soglia del mistero, quelli che sono capaci di fermarsi per ore a cesellare una parola o un verso. Siete strani voi poeti, ma è la vostra voce che permette al mondo di averne una sua che tutte le creature possano capire. Tu scrivi versi ma anche ne leggi, giorno dopo giorno, come se la tua stessa vita dipendesse dai tuoi occhi che incrociano sillabe sulla carta. Cosa stai leggendo oggi?

- Ti piacerà questa poesia, per caso o forse per necessità, mi pare la risposta adeguata al tuo richiamo. Lui sta davvero arrivando e ti manda questa primizia d’amore scritta da Ezra Pound. Sa bene il tuo viaggiatore sapiente che uno dei primi segni d’amore è svegliarsi con il cuore colmo di gioia in un’alba nuova, in una chiarezza rinnovata ogni giorno, come se il tempo non potesse scalfire la gioia e l’amore avvolgere nella sua ebbrezza ogni creatura vivente o che è vissuta, dal gelsomino che inizia appena a sbocciare a quelle statue in fondo al giardino che cercano ancora di abbracciarsi:


Su, compiangiamo quelli che stanno meglio di noi.
Su, amica, e ricorda
che i ricchi hanno domestici e non amici
e noi abbiamo amici e non domestici
su, compiangiamo gli sposati e i non sposati.

L’alba entra su piccoli piedi
simili a una dorata Pavlova,
e io sono accanto al mio desiderio.
Perché la vita non ha nulla di meglio
di quest’ora di chiara freschezza,
l’ora del ridestarsi insieme.


Ancora non so chi sia il misterioso viaggiatore, ma so che mattina dopo mattina lo scoprirò e anche lui verrà ad abitare nella casa affollata.

I lupi escono vestiti di luce e notti d’amore.

È bello l’Altipiano della Luna, sono meravigliose le Montagne della Nebbia.

Vorrei che in molti venissero qui a trovare ristoro da quella vita imprigionata e spaventata che scalpita, al di là del giardino e al di là del mare.

Torno in casa con il quaderno delle citazioni in mano e rileggo un verso “io sono accanto al mio desiderio”, qui potrei scomodare almeno tre dei padri della psicoanalisi novecentesca, Freud, Jung e Lacan ma preferisco che la forza della poesia si riveli mentre l’ultima stella svanisce sotto l’incalzare dell’alba.

Viviamo in un tempo circolare che è come un lago dove è stata gettata la nostra pietra il giorno in cui siamo nati. I cerchi si allontanano dal centro ma tutti gli appartengono e le età della vita sono una dentro l’altra, cosicché nel vecchio corre ancora il bambino, nella vecchia la fanciulla che raccoglieva fiori. E anche la poetessa che canta l’amore intatto dall'adolescenza sino all'età matura.

Qui il tempo esiste nella nostra immaginazione, lo scartavetriamo con le parole, ne resta la nuda essenza.

Resta un sogno o la sua ombra.

L’amore ritorna e resta, è la rosa nella sua piena fioritura.


Il canto della sacerdotessa è di
Malca Heifetz Tussman
traduzione dallo yiddish di Erri De Luca in 
Spargimento: opera per musica e danza 
(su musica di Nicola Sani)
Edizioni Suvini Zerboni 1997


La poesia di Ezra Pound si intitola La Soffitta ed è stata tradotta da Cristina Campo nella raccolta La tigre assenza


The Garrett



Come, let us pity those who are better off than we are.
Come, my friend, and remember
that the rich have butlers and no friends,
And we have friends and no butlers.
Come, let us pity the married and the unmarried.

Dawn enters with little feet
like a gilded Pavlova
And I am near my desire.
Nor has life in it aught better
Than this hour of clear coolness
the hour of waking together.

domenica 3 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/56: non voglio raccontare una storia, ma il suo segreto

C’era una cerva, mi disse il re prima ancora di entrare nella casa affollata. 
L’abbiamo vista correre, io e i lupi, nel sottobosco proprio ai piedi delle Montagne della Nebbia.

Intendi nel Bosco delle Onde? È lì che l’avete incontrata?

Sì, mi risponde il re, è proprio nelle radure di quel bosco che l’abbiamo vista balzare da una zona d’ombra all’altra. I lupi non hanno neanche provato a cacciarla, come me la guardavano incantati.

Non possono cacciare una creatura che è per metà ancora umana, anche lei come i lupi, di notte, torna a essere la giovane donna che sta cercando di sfuggire a un destino i cui confini ha già intravisto.

Si sta abituando a perdere la voce e l’uso delle parole, per questo corre cercando di confondersi con l’ombra, e dove una volta c’era il verde ora è diventato tutto scuro.

La notte viene spesso a trovarmi e mi racconta la sua infanzia, sai che è sempre l’infanzia l’ultimo ricordo che ci lascia?

Qui sull’Altipiano della Luna il tempo non esiste mio re e neanche la realtà, come pensiamo di averla conosciuta.

Qui possiamo essere giovani e vecchi allo stesso tempo, possiamo essere non ancora nati o già morti.

Qui possiamo scegliere la nostra forma, il corpo, la chioma dei rami se vogliamo essere albero, la forza delle zampe se vogliamo correre, la potenza della voce se vogliamo ululare.

I lupi scelgono spesso di diventare umani e sono giovani e belli, di fattezze eleganti e sensuali.

Lei ha lunghissimi capelli neri che le scendono sino ai fianchi, lui occhi verdi che si incendiano alla luce del sole.

Li ho visti parlare con la giovane cerva, li ho visti ridere, lei cerca di sfuggire a un destino che già conosce, l’unica sua consolazione è che sa di poter ritornare a correre nel bosco o nei vicoli del suo paese perdendo i fiocchi dalle sue lunghe trecce.

Come sai tutte queste storie? Mi chiede ancora il re.

Gli rispondo con una citazione dal libro Marguerite di Sandra Petrignani:

“Si sente uno scroscio d'acqua, cade una foglia con un rumore lieve. La luce cambia in continuazione. Ora una nuvola ha gettato un'ombra nella stanza.
Nei libri invece si procede per successione, come se le cose accadessero in sequenza, ordinatamente e non insieme; mentre dentro e fuori le persone, le cose si affastellano, i pensieri si mescolano. Io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto”.

Il segreto di una storia è custodito nella voce di chi la sta vivendo anche in segreto.

Non importa se nella vita che chiamano reale oppure qui, ai piedi delle Montagne della Nebbia dove regna l’Immaginazione.

Il re chiama i lupi che arrivano ridendo, sono i due giovani che ho descritto poco fa.

Non hanno voglia di farsi lupi questa sera, girano intorno alla casa affollata e si avviano verso la spiaggia che convive con le nuvole di questo Altipiano.

“Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene rocciose”.

Questo luogo è già esistito nel libro L’angelo di Avrigue di Francesco Biamonti, per questo non mi stupisco di questo mare cui non avevo mai dato molta attenzione.

Resto fuori in giardino, approfitto della giornata di sole, ci sono cose che devo fare per la casa e cose che devo fare per i libri. Come sempre è una poesia scivolata giù dal suo volume che risponde alla mia silenziosa domanda, Lorand Gaspar è tradotto da Maria Luisa Vezzali e il titolo del libro Conoscenza della luce, è consono a questa giornata.


Giorno di bucato per le parole
odore d’erba e di lenzuola strizzate
si può toccare con mano la luce
dei passi nel vapore che sale
nebbie e montagne del corpo cieco
il pensiero ricama all'ombra della pelle
volo di gru altissimo nel giorno
sciabordio d’acqua di notte senza vento –


Jour de lessive pour les mots
odeur d’herbe et de draps essorés
on peut toucher des mains la lumière 
des pas dans la vapeur qui monte
brumes et montagnes du corps aveugle
la pensé tricote à l’ombre de la peau
vol de grues très haut dans le jour
clapotis d’eau de nuit sans vent –

Tu continui a divagare, mi rimprovera il re, non riesco a fermare la tua attenzione sulle mie parole.

Hai ragione – gli rispondo – ma devo lasciare che ogni attimo scelga la propria voce, non sono io che decido, io metto a disposizione un taccuino e la mano.

Il poeta annuisce, seduto nel suo angolo di sogni e sillabe, ha un taccuino identico al mio e smette solo per un istante di scrivere.
I lupi sono tornati lupi, dopo un lungo bagno nel mare tiepido del Golfo della Roccia Nera.

Si scrollano di dosso l’acqua e le minuscole gocce irrorano tutti noi che ridiamo all'unisono.

Manca una voce a questa compagnia, è la regina. Ci muoviamo come su di una scacchiera e senza la regina il gioco è impossibile.

Arriverà – mi dice il poeta che sa leggermi i pensieri – le regine scelgono sempre il re dove ritornare e il suo reame viaggia a dorso di cammello da alcuni secoli ormai. 

Porterà qui i suoi tesori di carta e inchiostro come faceva nel X secolo Abdul Kassem Ismael, Gran Visir del regno di Persia che, per non far confusione con la sua collezione di 117.000 volumi, quando se li portava in viaggio, li faceva caricare su una carovana di quattrocento cammelli che dovevano marciare in ordine alfabetico.

Questa storia la racconta Alberto Manguel nel libro Una storia della lettura. 

Chissà se l’ha mai raccontata a Borges quando si sono conosciuti, chissà dove sono finiti i volumi del Gran Visir, chiedo a voce alta.

Tutti i libri, ogni libro, quando una biblioteca per i più svariati motivi sopravvive al suo creatore, sono destinati a una galleria della biblioteca di Babele.

Domani andremo a farci un giro - dico al re e al poeta - possiedo tesori che non vorrei lasciare alla furia dei venti invernali. Verrete con me e li porteremo in salvo. I lupi resteranno a custodire la casa mentre saremo via.

La lupa, che stava leccando con devozione il muso del lupo, si ferma per un attimo e i suoi occhi scintillano. Mi dice con voce umana di non darmi pena per i libri, che possono anche restare nella casa affollata che è già parte dell’immensa biblioteca e mi indica con la sua zampa bianca la porta angolare che sta tra due pareti e che non è molto visibile perché si erge all’incrocio tra la luce dell’alba e quella del crepuscolo.

E la regina? La regina prima o poi arriverà, qui dobbiamo solo continuare a raccontarci le nostre storie.

E a scrivere poesie.

E a leggere poesie.


L’ombra della terra

L’ombra della terra è più
vasta dello spazio, oltrepassa
il pallore lunare e cattura
al sole un fascio di raggi:
quale altro mietitore
agirebbe con questa
sovrabbondanza di luce?
Il miracolo è l’ombra
di cui siamo materia
non il sole che brilla
senza sapere come
il tempo ci passa
attraverso.

Elena Petrassi
Scrivere il vento
Atì editore 2016

quel che il viso ispira all'amore

À propos de l'amour, il disait : "Il y a un signe infaillible auquel on reconnaît qu'on aime quelqu'un d'amour, c'est quand son visage vous inspire plus de désir physique qu'aucune autre partie de son corps.

Michel Tournier
Petites proses
Gallimard 1986


A proposito dell'amore diceva: esiste un segno infallibile dal quale si riconosce che si ama qualcuno d'amore, è quando il suo viso vi ispira più desiderio fisico di qualunque altra parte del suo corpo.



sabato 2 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/55: riposiamo all’ombra dei nostri nomi


Il giorno che era nuvola scivola verso il suo destino di sciogliersi nella notte e un destino ineluttabile può anche essere un destino amato.

Nessun giorno può reclamare di diventare eterno, nessuna notte di avvolgerci in quell’oscurità primordiale che pertiene prima di tutto allo spazio esterno.

Sono sempre nella casa ai piedi delle Montagne della Nebbia, i lupi corrono e giocano nella brughiera che diventa sottobosco, che diventa prato, che diventa bosco senza soluzione di continuità.

Qui sull’Altipiano della Luna, ho scoperto da poco che alcuni viaggiatori lo indicano con questo nome, tutti i paesaggi convivono grazie a un clima che si differenzia ogni pochi chilometri.

È questa la potenza dell’immaginazione o è la potenza della memoria? Possiamo immaginare qualcosa che non abbiamo mai veduto? Possiamo amare qualcuno nella sua assenza anziché nella sua presenza?

Esco a camminare e mi avvicino ai lupi che vivono secondo la propria natura e non si chiedono come sarebbe essere diversi.

I pensieri formano spirali ascendenti e discendenti che seguono l’andamento del terreno.

Il re mio ospite è rimasto in casa a scrivere alla sua regina che presto arriverà a trovarlo.

Anche il poeta è a casa e scrive in un piccolo taccuino dalla copertina bianca che una volta finito e ricopiato andrà ad alimentare il fuoco.

In fondo la poesia non è che questo, la prima fiamma che alimenta il fuoco, quindi il senso.

La poesia attraversa l’oscurità e la fende, come i frammenti di una stella cometa illuminano un mondo che conosciamo ancora poco.

La poesia attraversa anche il buio che non è l’oscurità. Il buio senza nome circondava la casa di mia nonna in Calabria, è il buio delle notti senza luna in riva al mare. Il buio è la condizione del mondo che l’essere umano può modificare grazie alle sue luci.

Mi capita spesso di pensare ai millenni che ci hanno preceduto, dove il buio era infranto solo dalle minuscole fiammelle delle candele e dalla luce danzante del fuoco nei focolari.

Vorrei poter vedere dipinti e statue dei secoli passati nella stessa luce in cui pittori e scultori hanno creato, dipinto e scolpito. Credo che potremmo scoprire una dolcezza degli angoli che la luce elettrica invece scolpisce, potremmo accarezzare con lo sguardo la morbidezza dei corpi che emergono dal nulla grazie alla danza di luci e ombra.

Ecco, l’ombra, che non è né buio né oscurità, è una sostanza, è materia, è la materia primigenia di cui ogni universo è composto.

L’ombra si lascia cesellare dalla luce e da questo finissimo lavoro emergiamo noi umani, i nostri corpi, poi il mondo luminoso, glorioso e diverso ogni mattino.

L’ombra sta alla luce come il silenzio sta alla parola, come la carta bianca sta all’inchiostro.

Ora posso ritornare nella mia affollata dimora, i lupi mi hanno preceduta e guardano le fiamme nel camino, non ne hanno paura, sanno che non è un pericolo. Il lupo ha messo una zampa sulla spalla della lupa, sembra che si stiano sussurrando qualcosa nelle orecchie, nella lingua dei lupi che loro soltanto conoscono.

Il re sta ancora scrivendo, ci salutiamo con un cenno, ho portato con me il vento della brughiera e il profumo dei fiori è nelle pellicce dei lupi che si sono rotolati nei prati.

Quanta ricchezza in questo angolo di mondo, ci vorranno secoli prima che io finisca di scoprirlo, prima che io mi avvicini un po’ di più alle Montagne della Nebbia.

Mi siedo al solito tavolo ingombro di carte, inizio a scrivere, mi fermo per copiare L’ombra è la nostra vera dimensione, una mia poesia tratta dal libro del 2016 Scrivere il vento:

È la luce che scolpisce?
È l’ombra che dà profondità?
Lo scuro di alberi e pietre
è il cesello della luce o
la punta affilata delle dita
d’ombra che tengono appese
le stelle del firmamento?
Solo alcuni sanno che l’ombra
è la nostra vera dimensione
e la luce solo il divertimento
del tempo che corre contro
se stesso. La gravità ne è
la prova, visto che camminiamo
a testa in giù, convinti di
avere il cielo stellato sopra
di noi, mentre è l’abisso
il nostro vero regno.

È vero, i pensieri sono spirali ascendenti e discendenti e le parole aghi che attraversano le fitte tessiture dei nostri telai.

Tra ogni pensiero e il movimento, tra ogni parola c’è una pausa, lascio che a dircelo stasera sia Octavio Paz con una poesia tratta dal volume Il fuoco di ogni giorno:

Tra l’andarsene e il restare dubita il giorno,
innamorato della sua trasparenza.
La sera circolare è già baia:
nel suo quieto viavai oscilla il mondo.
Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è intoccabile.
I fogli, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.
Palpitare del tempo che nelle mie tempie ripete
la stessa ostinata sillaba di sangue.
La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.
Nel centro di un occhio mi scopro;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.
Si dissipa l’istante. Senza muovermi,
io resto e me ne vado: sono una pausa.

venerdì 1 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/54: la rosa sapiente e profumata


Se aprile era ed è rimasto il mese crudele, maggio è da sempre il mese delle rose e della piena fioritura.

Fioriscono non solo le rose in maggio, ma anche i pioppi, tutta la città ne resta avvolta e nel pioppeto della mia infanzia è come camminare in una nuvola.

Oppure come camminare sotto la neve e trovarsi allo stesso tempo in quella passeggiata e in un ricordo come scrive Göran Tunström ne L'oratorio di Natale:

"La neve mi costringeva a socchiudere gli occhi e mi serrai più stretto il collo del cappotto, mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo, mentre procedevo per quella via in cui, una volta, avevo dato il nome a tante cose. Camminavo con il mio passo da adulto e contemporaneamente, con un’altra parte di me, avevo tre anni. La mano che stringeva la borsa teneva al tempo stesso la mano di mia madre, indicava un cono gelato, si liberava da una mischia in Grecia, seguiva le meraviglie di una partitura. Ogni azione del passato generava mille altre possibilità, scorreva a rivoli verso suoi propri futuri. Ed essi proseguono, sempre più numerosi, nelle terre vergini della coscienza, ombre che t’inseguono e vengono inseguite. Non c’è mai requie".

Neve, nuvola, pioppo, coscienza, Grecia, passato, futuro.

Stabilisco una connessione tra queste parole, so che ciascuna ha per me un senso profondo che le nutre, le avvolge, le consuma e le rigenera.
Non tutte le parole di uso comune sono idonee a entrare nella misteriosa tessitura di una poesia. Alcune, anche se banali, possiedono, invece quell’aura che le destina a entrare in un verso, a diventare parte della trama, dell’ordito o del telaio.
Rileggo ad alta voce, a beneficio dei lupi soprattutto, queste poche parole che si affollano sotto le mie dita laboriose.
Tendo un filo e leggo il nome, è la Grecia che mi chiama, la Grecia del poeta più reale di cui io abbia mai letto anche se esiste solo grazie alla penna di Anne Michaels nel romanzo In fuga.
Così Jakob Beer, scampato allo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti, rinasce grazie al soldato greco Athos.
“Il tempo è una guida cieca.
Figlio della palude, nacqui dalle strade fangose della città sommersa. Per più di mille anni, soltanto i pesci avevano passeggiato sui marciapiedi di legno di Biskupin. Le case, costruite rivolte verso il sole, furono allagate dalla limacciosa oscurità del fiume Gasawka. I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo; ninfee, giunchi, stramonio.
Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l'interno del suo cranio”.
Vita e morte, morire e rinascere, come una stagione, come una rosa, come le onde del mare che ci consolano soprattutto quando possiamo guardarle e ascoltarle al mattino.
Questo lungo e per molti insopportabile isolamento che ancora non è finito, anche se è maggio e le rose sono sbocciate, forse ha dato modo di ricordare, a chi lo aveva dimenticato, che vita e morte sono gli estremi di un cerchio di cui non conosciamo né diametro né circonferenza.
Taluni scivolano giù dalla circonferenza e neanche se ne accorgono, altri scivolano avanti e indietro sempre nello stesso semicerchio, altri scoprono la scorciatoia del raggio per arrivare al centro, ma se non hai compiuto tutto il periplo neanche il centro ha più senso.
In questo cammino di senso che è la vita siamo accompagnati dai linguaggi, non dalla sola lingua materna, ma dalle lingue che impariamo via via che il mondo ci offre i suoi frutti, conoscete quel lampo, quella folgorazione di parlare e pensare in una lingua che non avete respirato in braccio a vostra madre?
Così le parole, ogni parola, rivelano che sotto l’involucro scintillante in cui crediamo di averle riconosciute, si celano involucri di senso e rimandi alla stessa cosa o pensiero designato da una parola sorella.
Per questo motivo ci dice ancora Anne Michaels, che cita un detto ebraico:
“Tieni un libro in mano e sei un pellegrino alle porte di una città nuova”.

E la città nuova, dove le parole risplendono in cesti di alabastro è una città ancora più ricca se ci si ferma a contemplare le parole, a cercarne i sensi nascosti, a trattarle come se ciascuna fosse insostituibile.
“L'amore ti fa vedere un posto in modo diverso, così come si maneggia in modo diverso un oggetto che appartiene a una persona amata. Se si conosce bene un paesaggio, si guarderanno tutti gli altri paesaggi in modo diverso. E se si impara ad amare un posto, a volte si può anche imparare ad amarne un altro”, scrive ancora Anne Michaels e amore e parola sono, come già scrivevo, fili della stessa tessitura.
Ogni parola porta in sé le sedimentazioni geologiche della lingua, il peso dei secoli, la voce di chi le ha pronunciate e di chi le ha scritte.
Ogni parola è un neurone di un cervello vasto quanto tutti gli universi che riusciamo a immaginare. Quanti dendriti, assoni e sinapsi per ogni parola?
Ogni parola è circondata da una ragnatela di legami e senso che la congiunge a ogni altra parola che sconfina da qui alla Biblioteca di Borges.
Come fare per non perdere anche la più piccola sfumatura?
Mi affido come sempre alla poesia e alla sapienza intrinseca che la sostiene.
Il re ha capito, si alza dal suo sofà accanto al fuoco e prendo dal leggio un libro monumentale che sembra crescere mano a mano che si avvicina al mio tavolo ricoperto di carte e appunti.
Leggi, mi chiede, leggi a voce bassa solo per me, perché non ci sia questa sera altro mondo fuori dalle tue parole.


La rosa sapiente e profumata
  
Quella rosa, quella non un’altra
perfetta sull'orlo della sparizione
dove l’ultimo petalo esita a
proclamare la propria fioritura.
È quella la rosa che ha scolpito
il fondo della pupilla, immagine
pietrosa incisa in un occhio
che non sa il fondo perché
dentro l’abisso vive. Quello
è l’occhio scolpito, quella
vi dico, proprio quella rosa
aulentissima e perfetta, oh
mia mistica visione che a ogni
cosa doni il profilo di una
rosa. Quella rosa, quella
non un’altra. Dolorosa,
sapiente e profumata, mai
nata nel maggio odoroso.

Elena Petrassi

Figure del silenzio
Atì Editore 2010