giovedì 7 agosto 2014

Sguardo di rondine dal ramo

Kore

Sguardo di rondine
dal ramo.
Vestita di lino, bianca,
ma senza Demetra.
Arde dentro, il corpo
ma freddo risplende.

Fuori c’è il mare di Otranto.

Camilla Miglio
Maree
Atì editore 2010

mercoledì 6 agosto 2014

T'ho barattato, amore, con parole

Amore, oggi il tuo nome 
Amore, oggi il tuo nome 
al mio labbro è sfuggito 
come al piede l'ultimo gradino... 
ora è sparsa l'acqua della vita 
e tutta la lunga scala 
è da ricominciare. 
T'ho barattato, amore, con parole. 
Buio miele che odori 
dentro diafani vasi 
sotto mille e seicento anni di lava - 
ti riconoscerò dall'immortale 
silenzio. 

Cristina Campo 

martedì 5 agosto 2014

se così tutto vanisce in questa poca nebbia di memorie

Casa sul mare

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Eugenio Montale
Ossi di seppia

lunedì 4 agosto 2014

Questo viaggio chiamavamo amore

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.


per Sibilla Aleramo - 1917

Dino Campana

domenica 3 agosto 2014

Nel cortile dove guardo la pioggia che cade

Pioggia 

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse.
Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.
A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, lì di un pisello, altrove quasi di una biglia.
Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'intera superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura. Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un andamento particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra delle reti verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po', sempre più rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma.
Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.

Francis Ponge 
Il partito preso delle cose
traduzione di  Jacqueline Risset
Einaudi 1979

sabato 2 agosto 2014

D’estate l’uomo racconta di altre estati

L’esploratore dei mari del Sud


D’estate l’uomo racconta di altre estati.
Di una lunghissima
e con il braccio fa un gesto ampio,
ma senza nostalgia.
Racconta di una foresta tropicale
e dell’oceano che canta
e dell’acqua che si colora e lui la segue
prendendo appunti sul block notes giallo.

Ho visto le fotografie dei suoi mulini.
Pezzi di eliche e l’intera classe che sorride.
Lui ha una gonna a fiori di malva.
Il suo volto appare e scompare
davanti e dietro l’obiettivo.
Viaggia notte e giorno
senza fermarsi e pensa
che qui è abbastanza lontano: ma non si ferma.

Poi un giorno è tornato a casa
una casa a sud con le grandi ombre
proiettate sulle siepi e sulla porta del garage.

Annalisa Comes

da Fuori dalla terraferma
Gazebo 2011

venerdì 1 agosto 2014

Mi invade il profumo di questo spettacolo d’agosto

La via negativa 
Sono attratto dall’ordine naturale delle cose. Non mi piacciono le feste, sono
anni che non vi metto piede. Ho notato che nei miei voli dalla vita cittadina
finisco in luoghi dove la società è in via di organizzazione. Cerco
uomini primitivi, non per la loro barbarie, ma per la loro saggezza.
Le Corbusier, My work, Londra, 1960, p. 146

Ho i piedi gonfi, mi chino con lentezza per appoggiare la bacinella d’acqua fresca con il sale sul pavimento di legno, sulla veranda del mio Cabanon. Raggomitolo l’orlo dei pantaloni di cotone leggerissimo, ancor più chiari a contrasto con la mia pelle alla fine dell’estate. Il crepuscolo è da godere così, sotto l’ombra lunga di quest’immenso carrubo che mi sovrasta, ammutolito dalla visione che si apre dinnanzi.
Mi invade il profumo di questo spettacolo d’agosto. È come profumo di neve questo spettacolo d’agosto.
La spuma del mare che si increspa appena esala un odore nuovo e fa tacere il dolce riarso dei pini marittimi.
È come la cresta delle mie Alpi svizzere, l’orlo della mia giovinezza. un inverno che non arriverà… non lo sento più nelle ossa baciate a lungo dal calore mite del sole a questa latitudine. non arriverà.

l'incipit di un racconto bellissimo di Maria Giulia Poggi tratto dalla raccolta
L'altra metà del vero
Atì Editore 2010