giovedì 6 marzo 2014

Perché scrivo, lo so

Al tavolo della cucina

Perché scrivo?
Perché scrivo, lo so.
Ho dita prensili per
afferrare la penna
mucchi di carta da rovesciare
per scrivere sul retro, un
appetito vorace e facili
digestioni. Al tavolo della
cucina so stare per ore
senza un falso movimento.
Ho la pazienza della pietra,
l’ostinazione delle onde.
Soffio parole sulla carta
mentre il vento trascina
le ore, il senso, il momento
sono nella punta delle dita.
Questo inchiostro è l’opposto
l’ombra acquietata, nessuna
luce ne cambia la posizione.
Elena Petrassi
Il calvario della rosa
Moretti&Vitali 2004

mercoledì 5 marzo 2014

Scrivere è sfrenata implausibilità, audacia e brillantezza

Fin da adolescente ho collezionato libri sulle tecniche di scrittura.
Ho un intero scaffale di testi del genere e recentemente cercavo del materiale su trama, struttura e narrazione (la parte tecnica dello scrivere) per vedere se
riuscivo a trovare qualcosa di nuovo. Ci sono corsi di roba del genere ovunque e in continuazione, e come insegnanti di scrittura ci sentiamo fare costantemente domande sull'arco narrativo” e il “viaggio”, oppure: «Come faccio a costruire una struttura che funzioni?». Oppure: «Com'è fatto un buon dialogo?». 
Sono domande noiose, e anche le risposte lo sono. L’insegnante e lo studente interpretano i loro ruoli alla perfezione, mantenendo ogni cosa graziosamente
prosaica, parlando solo di quelle cose che possono essere insegnate, o magari apprese. Mortificata in questo modo, l’arte appare gestibile. Ma manca l’elemento più importante. Se pensate ai veri romanzi – per esempio al Frankenstein di Mary Shelley, o a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevensono al Dorian Gray di Oscar Wilde, o magari al meraviglioso racconto di John Cheever Il nuotatore, o alla Metamorfosi di Franz Kafka, o a un qualunque libro di Raymond Carverdi Sylvia Plath – dovete cominciare pensando alla sfrenata implausibilità, audacia e brillantezza dell'idea o della metafora dell’artista, invece di pensare alla disposizione dei capoversi. E una volta che cominciate a pensare a questo vi trovate inevitabilmente a pensare all'immaginazione e a come funziona, da dove può nascere e dove può portarvi. A questo punto, vi ritroverete in un utile pasticcio.

Hanif Kureishi
incipit dell'articolo su Repubblica di oggi 5 marzo 2014

martedì 4 marzo 2014

Ognuno di noi ha un suo paesaggio interiore

Forse la felicità, la malinconia, l'intelligenza si fanno più intense con il movimento, in quello stato di sospensione che si crea quando il treno si muove tra due luoghi.
Nelle risaie c'è l'acqua, il riflesso dell'acqua. L'acqua e i colori.
(...)

Ognuno di noi ha un suo paesaggio interiore. Nel mio vedo sempre l'acqua. L'acqua e la terra. Gli uomini non hanno radici, sono fatti per muoversi. Conosco un giardino vicino alla laguna, con una casa dove c'è una stanza che si affaccia sull'orto e su un piccolo rio. Là vive un un mio amico. Lui guarda sempre dei film e fuma. Io viaggio e penso al suo giardino.

Alain Elkann
Diario Verosimile
Bompiani 2010

lunedì 3 marzo 2014

Il noir è anche una scrittura scabra, povera

Prima Guerra Mondiale. A una manciata di giorni dall'armistizio due soldati francesi, Albert e Edouard si salvano la vita a vicenda, siglando un patto che durerà per sempre, nella buona e nella cattiva sorte, nelle azioni nobili e in quelle deprecabili, nella legalità e nella truffa. Questo l'avvio e io nocciolo del romanzo premio Goncourt 2013 Ci rivediamo lassù (Mondadori 2014). L'ha scritto Pierre Lemaitre, proveniente dal noir, sguardo sveglio e modi di fare niente o poco affettati. Il suo romanzo sembra aver rappacificato l'intrattenimento con la letteratura, come sono riusciti a fare pochissimi altri.
(...)

Hanno già detto che il suo è un romanzo popolare alla Dumas. Addio al modernismo, al Nouveau Roman, agli amici di Calvino?
Le sperimentazioni del Novecento hanno guardato più alle situazioni che ai personaggi. Quando mi dicono che ho scritto un grande romanzo d'appendice, un feuilleton, non m'offendo.

Qui in Italia spesso ci accapigliamo sulla definizione di noir. La sua definizione qual è?
Per me il noir è una scrittura anche scabra, anche povera, che non fa sconti rispetto alla miseria del mondo. Anzi, diventa una specie di cassa di risonanza dei conflitti sociali.

frammenti della recensione-intervista a Pierre Lemaitre di Luca Ricci
Il Messaggero giovedì 27 febbraio 2014

domenica 2 marzo 2014

Poesia, un eterno mancarsi

Su Marina Cvetaeva ripubblico la bellissima voce dell'Enciclopedia delle donne scritta da Rossana Kaminskij, amica straordinaria, traduttrice raffinata e scrittrice spero presto pubblicata.

«Nei miei sentimenti, come in quelli dei bambini, non esistono gradi». In Crimea, sulle rive del Mar Nero, a Koktebel’ Marina s’innamora di Sergej Efron. Lei ha 19 anni, lui 18. Sergej trova sulla spiaggia una corniola che Marina tanto desiderava. Marina vede il segno del destino. Si sposano. Era già stato pubblicato il primo libro di poesie di Marina, Album serale. Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca il 26 settembre 1892. Il padre, Ivan Vladimirovič Cvetaev, figlio di un povero pope di campagna, non ebbe un paio di scarpe proprie fino ai tredici anni; ma sarebbe diventato filologo e professore di storia dell’arte all’università di Mosca, e fondatore del Museo Puškin. La madre, Marija Alexandrovna Mejn, fu obbligata dalla propria famiglia a rinunciare all’amore per un uomo già sposato e alla carriera di pianista, pur essendo stata allieva di Rubinstein. Fu la seconda moglie del professor Cvetaev. 
La prima moglie Varvara Dmitrievna Ilovaiskij, aveva dato alla luce Valerija e Andrej; morì prematuramente ed era un’amica di Marija. 
Marija avrebbe voluto figli maschi: ne aveva già scelto i nomi. Dopo Marina, nacque Anastasija. Sperò almeno che diventassero musiciste. L’ambiente familiare è ricco di sollecitazioni coltissime. Marina studia musica; scrive le prime poesie in russo a sei anni; si fa incantare dalle passioni letterarie della madre, Puškin e i grandi classici tedeschi e francesi. Cresce a Mosca, al n. 8 del Trёchprudnyj Pereulok, il vicolo dei Tre Stagni. La casa moscovita, assieme alla residenza estiva in campagna a Tarusa, resteranno decisivi, per la Marina adulta e in esilio, in ricordo dell’infanzia e di tutto ciò che viene perduto in modo irrimediabile. La madre si ammala di tubercolosi. In cerca di un clima più mite, la famiglia viaggia - soggiornando anche in Italia, a Nervi. Marina e Anastasija frequenteranno collegi in Svizzera e in Germania, perfezionando il francese e il tedesco. 
Marija muore nel 1906 rimpiangendo la musica, il sole, e di non poter vedere adulte le figlie, che saranno viste crescere da « cretini qualsiasi». La sua fame di vita e la sua rivolta diventeranno, in Marina, vocazione: « Dopo una madre così non mi restava che divenire poeta». A 16 anni, da sola, segue i corsi di letteratura francese antica alla Sorbona di Parigi. Iscritta al ginnasio a Mosca non riuscirà a concludere studi regolari a causa del suo carattere indocile. L’anticonformismo si unisce al devoto amore per il marito, che seguirà sempre « come un cagnolino», e che non le impedirà di avere altre relazioni, fra cui Osip Mandel’stam, la poetessa Sofija Parnok e l’attrice Sonja Halliday. Sergej comprende e soffre il dinamismo della passione creatrice della moglie: Marina “inventa” le persone, le investe con l’uragano della propria passione, per poi scoprirne l’umana mediocrità; ne consegue la disillusione, derisa in modo crudele, incarnata in una formula razionale che genera, ogni volta, un libro, un progetto di scrittura. Questo meccanismo ha un bisogno di alimentarsi per vivere e per creare, « come una grandissima stufa che per funzionare ha bisogno di legna, legna, legna» ; ma mai pensa di lasciare Sergej. Il destino di Marina è nella fedeltà ai propri sentimenti e soprattutto alla poesia. 
Per l’Armata Bianca, alla quale si era unito Sergej dopo la Rivoluzione, Marina osa leggere in pubblico, alcune poesie scritte da lei, senza la parola amore né il pronome tu. Non viene denunciata per il tema scelto: doveva ancora arrivare il grande terrore staliniano. Resta bloccata a Mosca in condizioni disumane, descritte nella prosa Indizi Terrestri, senza notizie di Sergej, sola con le due figlie: Ariadna (Alja) e Irina,ma non riesce a mantenere entrambe e Irina viene affidata ad un orfanotrofio dove muore per fame.
Il sentimento per Marina richiede forza. La sua poesia arriva al grido, raggiunge l’oratoria poetica. Nelle prime raccolte di poesia prevalevano il quotidiano, la famiglia e la maternità, o l’odore della nursery – come scrissero i più critici; nel tempo la poesia si fortifica in una potente energia espressiva in cui tutte le possibilità del linguaggio sono utilizzate: ritmo, assonanze, rime, il particolare utilizzo della negazione, giochi fonetici in poesie che andrebbero lette ad alta voce. 
Ogni genere e argomento entra nella sua produzione: poesia e nel dramma storico (Sten’ka Razin), favola (Il Pifferaio di Hamelin ovvero l’Accalappiatopi), e leggende popolari (Lo Zar-fanciulla), storie bibliche, classiche (Ariadna e Fedra). E prosa critica, L’Arte alla luce della coscienza e Il Poeta e il Tempo
Scrisse che si potevano ricavare da lei sette poeti, senza tralasciare i prosatori... La poesia di Marina non è romantica – nonostante circolino di lei oggi sillogi più facili e canzoni - , è analogica, razionale e intellettuale. È impegnativa: la sua lettura è un atto di con-creazione, un’esperienza conoscitiva. Bisogna arrivare all'essenza della cosa o della persona, non descrivere visivamente, piuttosto dare dall'interno: se si trattasse di un albero, restituirne il midollo. 
« Io mi sono sempre fatta in pezzi, e tutti i miei versi sono, letteralmente, frammenti argentei di cuore.» In questa smisuratezza, tanti critici hanno prediletto un approccio istintivo e passionale piuttosto che analitico e conoscitivo.
Alja e Marina raggiungono Sergej, che sanno finalmente vivo, all'estero, nel 1922. 
Nasce a Praga Georgj, detto Mur: capriccioso, maleducato, insopportabile, viziato dalla madre. Alja si legherà sempre di più al padre. A Berlino, Praga e Parigi vi sono case editrici russe. L’ambiente dell’emigrazione è vivace. Marina pubblica interi cicli di poesia, anche se per motivi economici prevale la prosa. Scrive molto di più di quanto riesca a pubblicare e legge anche in serate letterarie. A Parigi frequenta il famoso salotto di Natalie Clifford Barney. Conosce la pittrice Natal’ja Gončarova, nasce una collaborazione, ma l’amicizia non regge nel tempo: « non ho lasciato in lei un segno abbastanza profondo, non le sono diventata necessaria. Sentiero subito invaso dall'erba» .
Marina non frequenta solo i salotti. Spazza, cucina, si procura soldi, cibo, legna e carbone: « e poi un uomo non può fare lavori femminili, è bruttissimo da vedere (per le donne)» . Marina vive pesantemente il byt, il quotidiano, fino in fondo, senza delegare alcuno, ma nella sua poesia emerge possente il Byt’e, l’Esistenza, la forza che non sottostà ad alcuna legge. Sergej, quasi sempre a carico della moglie, ne è consapevole: Marina è poeta che pur passando la maggior parte del tempo in cucina, non ha perso né il talento né la capacità di lavorare. Ostinata, fedele alla poesia, scrive appena può. Si reca al mare per un breve soggiorno: non il mare, ma nel poter scrivere è la sua vacanza. Nel 1928 esce l’ultimo libro di poesie che vedrà pubblicato, Dopo la Russia. Molte case editrici dell’emigrazione russa chiudono per mancanza di fondi. Le condizioni economiche peggiorano. Marina viene poco a poco emarginata, per la sua intransigenza e anche perché non si dichiara antisovietica; senza soldi non può muoversi da casa; vive una grande solitudine. Da questo isolamento nasce la corrispondenza straordinaria con Boris Pasternak e con Rainer Maria Rilke: i loro rapporti si muovono in un ambito parallelo, spostato. I tre poeti non s’incontreranno mai, per un eterno mancarsi. L’assenza diventa un vantaggio perché l’altro, amato, interiorizzato, diventa più intero nell'anima.
Marina è un’eterna straniera, non solo perché vive fuori dalla Russia per molti anni, senza riconoscere alcun paese come patria: è un’estranea al proprio tempo, condannata a guardarlo dall’esterno. Quando rientra in Russia è conosciuta solo per le sue prime raccolte poetiche e sarà riscoperta a partire dal 1956; all’estero non verrà più letta da una emigrazione russa sempre più ostile. 
Nel 1937 Alja decide di rimpatriare, così poco dopo anche Sergej, ora filosovietico e implicato in un assassinio politico. Marina è convinta della sua innocenza. L’ostracismo della colonia russa raggiunge l’apice. Rimpatriare? In una lettera chiede ironicamente a un’amica di procurarle un consulto da un’indovina, tanto soffre l’indecisione. 
Nessuno la informa di quello che stava accadendo in Russia, nessuno la ferma. Come se presentisse la sciagura: la partenza le appare sotto una nube nera. Nel giugno 1939 parte per l’Unione Sovietica con Mur. Trova tutte le porte chiuse, ed è stupita e furiosa. Come si permette la città di Mosca a darsi così tante arie? La sua famiglia l’aveva colmata di doni, su tutti il Museo Puškin. La famiglia resta riunita per pochi mesi. Nell’agosto del 1939 Alja è arrestata e condannata, prima alla prigione, poi al confino. In ottobre tocca anche a Sergej: sarà fucilato due anni dopo. Nel 1941 Marina incontra Anna Achmatova. Le due donne, pur stimandosi, sono troppo diverse, solo unite dal dolore per la sorte dei propri cari.
In agosto Marina e suo figlio sono evacuati a Elabuga, in Tataria. Nella più profonda indigenza. Marina chiede di lavorare come lavapiatti nella mensa dell’Associazione degli Scrittori. Non ottiene il posto. La scrittrice Lidija Čukovskaja: « Se si mette la Cvetaeva a lavare i piatti, perché non far lavare i pavimenti ad Anna Achmatova e assumere come fuochista Blok, se fosse ancora vivo? Allora sì che sarebbe una vera mensa per scrittori» .
Marina si impicca il 31 agosto 1941. Avrebbe desiderato giacere a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, « dove crescono le fragole più rosse e più grosse», ma viene sepolta in una fossa comune.

Ogni mio verso è l'ultima cosa che so su me stessa

La sua poesia – orgogliosa e arrogante – è tutto un accavallarsi di invocazioni al lettore (come poi le sue lettere), mentre sul tessuto intimistico di quelle confessioni poetiche si aprono squarci dove, come nelle dissolvenze del cinema, si stagliano Amleto, Ofelia, Re David e Saul morente, Elena, Arianna, ma anche Marina Mniszek, figura quasi da leggenda, che nella Russia dei Torbidi aveva sposato il falso Dmitrij (o meglio: due falsi Dmitrij in successione), condividendone il destino di morte («non l'amica essere, ma la complice! Gemello – sosia – slanciato fratello di sangue, fiamma di rogo, la sua scimitarra ricurva»). Calamita troppo forte per resistervi, per una poetessa come lei («digrignante eretica, sorella del Savonarola») sempre propensa al gioco dell'identificazione sprezzante.
(...)
«Caparbia, indocile, sempre sovreccitata, sempre immersa nel folto del cataclisma» (A. M. Ripellino), lei non stava certo lì a cercare una qualche rappacificazione. 
(...)
I taccuini ci raccontano, col loro andamento sconnesso, la Cvetaeva di quei tragici anni. A partire dal ritratto che ne fa la figlia Ariadna (Alja), sei anni ma alquanto precoce («così amiche noi due! Così orfane entrambe!»): 
«Ha gli occhi verdi, meravigliose sopracciglia folte, capelli chiari vaporosi che terminano in favolosi boccoli. Se si taglia una ciocca, si può pensare che sia un braccialetto senza fibbia, per un piccolo braccio».
(...)
Come nelle vecchie soffitte, la Cvetaeva nei suoi affascinanti taccuini – diario e romanzo a un tempo – c'infila di tutto: sogni, canzoncine infantili, lettere, lunghi brani di Alja, considerazioni sulla propria poesia («ogni mio verso è l'ultima cosa che so su me stessa»), parole terribili sulla morte per stenti della figlia più piccola, sulla crescente emarginazione, sull'angoscia di non sentirsi indispensabile.
E poi una feroce autopsia dei propri reiterati amori ancora in corso d'opera, sorta di bilancio continuo, ma anche dialogo con l'amante assente, ammissione tacita dell'impossibilità a farlo nello spazio estraneo del reale.

frammenti della recensione di Giuseppe Dierna ai Taccuini 1919-1921 
di Marina Cvetaeva 
pubblicati da Voland nella traduzione di Pina Napolitano
Repubblica 1 marzo 2014

sabato 1 marzo 2014

Uno scrittore calmo, disciplinato, molto metodico

Leggeva molto?
"Moltissimo. Amava soprattutto William Shakespeare, Thomas Hardy, W. B. Yates, Robert Penn Warren. Pensi che da ragazzino, in Texas, vinse un premio di una biblioteca vicino alla sua cittadina natale, Clarksville, per esser stato l'utente che aveva consultato più libri in un anno".

E come scriveva Williams? Quali erano le sue abitudini?
"Era uno scrittore calmo, disciplinato, molto metodico. Odiava rivedere, modificare i suoi testi. In genere, cominciava a scrivere al mattino presto, dopo aver preso il caffè con me. Scriveva per tre-quattro ore, per produrre una pagina al giorno, a volte anche tre. Poi, a sera, rientrava nel suo studio per altre due-tre ore a pianificare la scrittura del giorno dopo. E poi c'era l'orto".

L'orto?
"Sì, aveva un enorme orto tutto suo, di circa 120 metri quadri. Quando aveva il "blocco dello scrittore", andava lì e lo curava un po'. Amava il giardinaggio perché per lui era mindless, una cosa meccanica, senza sforzi mentali".


frammenti dell'intervista di Antonello Guerrera a Nancy Gardner, moglie dello scrittore John Edward Williams autore del meraviglioso Stoner pubblicato da Fazi nel 2012
Repubblica 28 febbraio 2014